lunedì 28 febbraio 2011

Pavia. Primo marzo 2011 - 24 ore senza di noi - Presidio h. 18 in piazza Vittoria

L'associazione di immigrati ed italiani "Ci siamo anche noi" promuove per il 1 marzo, a partire dalle ore 18, un presidio in piazza della Vittoria a Pavia.

Dal volantino di "Ci siamo anche noi":
Il primo marzo è di tutti, ma soprattutto degli uomini e delle donne immigrati che hanno scelto di vivere in Italia. Incontriamoci tutti, partecipiamo al presidio, martedì 1° marzo alle ore 18 in piazza della Vittoria.
- Contro le leggi che trasformano in delinquente chi è venuto in Italia per lavorare, ma non è riuscito ad avere un pezzo di carta.
- Contro l'atteggiamento razzista e xenofobo che accusa gli immigrati per la mancanza di lavoro causata dalla crisi capitalistica.
- Contro chi difende gli stranieri quando sono sfruttati nella loro patria ma è pronto a sfruttarli quando vengono da noi.
- Contro i respingimenti che gettano i rifugiati in pasto al regime razzista libico.
- Per la regolarizzazione di tutti coloro che sono qui per lavorare, perchè non siano costretti a lavorare per pochi spiccioli in nero e a trovarsi così concorrenti dei lavoratori regolari.
- Per la parità di diritti con gli italiani: dal rispetto dei contratti di lavoro alla pensione, alle case popolari. Gli immigrati pagano i contributi, devono avere uguaglianza di diritti.
- Per una legislazione di accoglienza per i rifugiati che ancora non esiste compiutamente in Italia.
- Per l'abolizione dei CIE, nuovi campi di concentramento, dove i senza permesso sono incarcerati e trattati in modo inumano.

domenica 27 febbraio 2011

DIRITTO ALL'INFORMAZIONE IN MEDIORIENTE, giovedì 3 marzo 2011, ore 20.30, presso l'Aula magna dell' Università di Pavia

Giovedì 3 marzo, alle ore 20.30, presso l'Aula magna dell'Università di Pavia (piazza Leonardo da Vinci) si terrà una serata di approfondimento sul tema del diritto all'informazione nel Medioriente, anche alla luce di ciò che sta accadendo attualmente in quell'area e in Nord Africa e di come l'informazione viene gestita anche in fasi di crisi.
L'iniziativa è realizzata dal gruppo studentesco "Atelier universitario per la cultura" con il contributo della commissione Acersat.

Interverranno:
Ornella Sangiovanni, di Un Ponte Per, redattrice di Osservatorio Iraq
Ismael Dawood, attivista per i diritti umani
Antonio Maria Morone, ricercatore di Storia dell'Africa presso l'università di Pavia

giovedì 24 febbraio 2011

MANIFESTAZIONE NAZIONALE 26 FEBBRAIO 2011 PER I DIRITTI POLITICI E CIVILI DEL POPOLO BASCO

Concentramento corteo in Piazza Cordusio a Milano alle ore 15.00.
Alle 22.00 al CSA Baraonda di Segrate con i concerti dei baschi Hesian e dei romani Banda Bassotti

lunedì 21 febbraio 2011

Mutualismo contro l'attacco congiunto (n°6, febbraio 2011)


La cancellazione dei diritti alla quale siamo sottoposti di questi tempi non viene da una sola campana ma si nasconde sotto parole d’ordine e bandiere diverse. Arriva dalla soppressione del diritto allo studio sancito dal ministro Gelmini nella sua ultima riforma, dalla distruzione dei meccanismi di quella minima democrazia che esisteva negli atenei. E ancora, arriva dalla politica diritticida di Marchionne e della sua Newco che sancisce l’aumento del grado di sfruttamento degli operai metalmeccanici attraverso la cancellazione del contratto nazionale e delle garanzie lavorative e salariali che questo offriva. A questo attacco congiunto, portato da più fronti sulla medesima classe sociale, corrispondono inevitabilmente delle reazioni da parte della stessa. L’istintiva rabbia che porta a scendere in piazza per rivendicare con forza i propri diritti, si deve necessariamente intersecare con la razionalità dell’intelligenza collettiva per creare una controffensiva efficace, a maggior ragione quando la sordità e l’indifferenza del potere si palesa senza più lasciare ombra di dubbio. Quando mettere a ferro e fuoco piazza del Popolo a Roma contro la fiducia al governo o scioperare contro il ricatto di Mirafiori rappresentano per il potere solo uno strumento per aumentare le tirature dei giornali di regime diventa necessario fermarsi un attimo a riflettere.
Gli studenti pavesi che si sono mobilitati lo scorso autunno l’hanno fatto con profitto. Mutuo soccorso per costruire diritti è la risposta all’attacco congiunto a cui siamo sottoposti. Non perché sia ora di smettere di pretendere, tutt’altro, né perché si voglia togliere importanza al conflitto come strumento di conquista e di progresso. Il mutualismo è infatti individuato come la fase ricompositiva che permette la costruzione di dinamiche di scontro sociale. La volontà che guida queste riflessioni è la riunificazione di soggetti che, pur trovandosi a condividere la medesima miseria, vengono isolati e divisi dalle politiche contrattuali o dall’assegnazione fintamente meritocratica delle borse di studio. Autonomia, mutualismo ed autoformazione sono i tre concetti cardine su cui si snodano l’analisi dell’esistente e le proposte di cambiamento. Per non proporre un sunto svilente dell’importante lavoro di analisi realizzato ne consiglio la lettura al sito http://cuapavia.noblogs.org.
Da queste riflessioni nasce l’occupazione dello Spazio di Mutuo Soccorso ex Mondino realizzata il 28 gennaio, giornata di sciopero e mobilitazione dei metalmeccanici che coinvolgeva anche le realtà studentesche.. Si tratta di uno stabile nel pieno centro della città di Pavia, di proprietà del demanio ma in concessione perpetua all’Università che, vista la scarsità di fondi e la ben nota predisposizione a dare una mano agli amici speculatori, lo lasciava in stato di abbandono da cinque anni e ammetteva candidamente di non avere progetti a riguardo. Progetti ne avevano invece molti e molto interessanti gli universitari: un collegio per studenti e giovani precari altrimenti costretti a pagare 500 euro di affitto in nero; un copypoint per fotocopiare dispense e libri di testo a prezzo di costo; una libreria in cui poter avere testi a prezzo scontato; sale studio permanenti per rispondere all’inadeguata offerta da parte dell’Università; una mensa a prezzi popolari e con cibi sostenibili (km 0, biologico, ecc.); un centro per l’autoformazione dove ospitare conferenze e seminari organizzati dagli studenti e creare così sapere critico; sportelli di assistenza legale per contratti di affitto e lavoro e di assistenza specifica per studenti stranieri (permessi di soggiorno, corsi di lingua, ecc.); laboratori, sale espositive, cineforum in cui promuovere il libero accesso alla cultura.
Si tratta di bisogni e servizi fondamentali. Ma la crisi economica, i piani di austerità, i tagli al welfare ed all’Università li rende miraggi per studenti e lavoratori precari.
Parlare di mutualismo e cercare i modi per applicarlo non è certo una novità assoluta, si trovano infatti precedenti illustri nelle Società Operaie di Mutuo Soccorso sorte nell’ottocento o, più vicine a noi, nelle numerose occupazioni a scopo abitativo operate per mano di studenti e precari. Tuttavia era tempo che non veniva fatto un percorso così organico tra teoria e prassi che dall’individuazione delle pratiche portasse all’applicazione concreta delle stesse.
Il rettore, dopo essersi mascherato per anni dietro una finta opposizione alle politiche che questo posto nasceva per combattere, ha calato la maschera e mandato la polizia a sgomberare lo stabile. Il successo militare dell’operazione è stato garantito dall’immenso dispiegamento di forze dell’ordine, quello politico subito cancellato dall’iniziativa di due studenti che sono saliti sul tetto dell’edificio attirando l’attenzione immediata della cittadinanza e dei media sulla vicenda, non però quella del rettore che mentre tutto ciò avveniva restava ben nascosto nei saloni del rettorato. Dopo due giorni ed una notte passati sul tetto i due ragazzi decidevano di scendere in cambio dell’impegno da parte del rettore a presentare il progetto dello Spazio di Mutuo Soccorso al cda dell’Università.
Non è certo questa promessa, che sappiamo porterà a ben pochi risultati, la strada che condurrà alla conquista di questo spazio, la natura conflittuale e ricompositiva del progetto passa anche attraverso la prassi che si sceglie di utilizzare per la sua costruzione. Gli ammonimenti che dai ragazzi giungevano nei giorni dell’occupazione erano chiari e restano sostanzialmente validi: trattare un problema di ordine sociale come un problema di ordine pubblico non è un modo per risolverlo, tolto da una parte esso ricomparirà altrove.

Egitto. La prima rivoluzione del millennio (n°6, febbraio 2011)


Il 6 ottobre 1981 il presidente egiziano Anwar El Sadat cade vittima di un attentato a Il Cairo. Quel giorno si festeggiava l'Operazione Badr del 1973, in forza della quale l'Egitto, durante la guerra del Kippur, spinse verso oriente i confini israeliani e si riappropriò dell'altra sponda di Suez e del Sinai. L'occasione per l'attentato non fu scelta a caso: il malcontento verso il presidente Sadat era cresciuto soprattutto nelle fila dell'islamismo più radicale, che accusava il presidente di essersi avvicinato ad Israele, diventando il 19 novembre 1977 il primo leader arabo a visitare ufficialmente lo stato ebraico. Il 26 marzo 1979 Sadat ed il primo ministro israeliano Menachem Begin si stringono la mano sotto lo sguardo compiaciuto degli Stati Uniti, precisamente, dell'amministrazione Carter, ai margini degli accordi di Camp David. Gli accordi di pace valsero ad entrambi i leader (non a Carter) il Nobel per la pace, e all'Egitto la proprietà di tutto il Sinai che vuol dire l'esclusiva sul Canale di Suez (al 2009 il 3,7% del PIL) e sulle principali riserve di idrocarburi del paese. Ironia della storia, proprio Sadat fu promotore della guerra del Kippur assieme al premier siriano Hafez al-Assad, conflitto che gli valse gloria per diversi anni agli occhi del mondo arabo.
L'assassino fu individuato in Khalid Islambouli, di li a qualche anno condannato a morte. Mandanti presunti, la Fratellanza Musulmana, che non sopportava un premier che stringeva la mano ad Israele, promuoveva una politica filo-occidentale e metteva la bando la scena religiosa dalla vita politica. Non era un costrutto mentale esclusivo dell'ala islamica più radicale: per gli accordi con Israele l'Egitto fu escluso nel 1979 dalla Lega Araba, che spostò il suo quartier generale da Il Cairo a Tunisi, fino alla riammissione dell'Egitto nel 1989. Negli ultimi anni di governo, Sadat represse le forme di dissenso (ricordiamo a titolo esemplificativo i Riot del Pane del gennaio 1977) e colpì duramente i diritti umani, civili e politici, tutto in nome di una democratizzazione del paese da ricercare attraverso il multipartitismo. In quest'ottica, il 9 luglio 1978 Sadat fondò il suo schieramento politico, il Partito Nazionale Democratico (Ndp).
Dopo la morte di Sadat prese il potere il suo vice, Hosni Mubarak, leader del Ndp. La legge marziale in vigore dal 1967 venne mantenuta, ma a dispetto della repressione nelle tornate elettorali del 1984 e del 1987 (entrambe con un'affluenza sotto il 50%) l'opposizione raccolse più del 25% dei consensi. E' proprio Mubarack a riammettere la Fratellanza Musulmana alla scena politica, senza però scordarsi di incarcerare il Terzo Leader del movimento, Umar al-Tilmisani, proprio nel 1984. Assieme al Partito Socialista dei Lavoratori ed al Partito Liberale Socialista, la Fratellanza Musulmana crea nel 1987 la Coalizione dell'Alleanza, maggior partito d'opposizione con il 17,5% dei voti e 60 seggi parlamentari. Il sistema elettorale introdotto da Mubarack presentava evidenti tratti monocratici, tanto da spingere le opposizioni a promuovere la dissoluzione del parlamento ed un referendum per ufficializzare l'incostituzionalità dello stesso. Sancita l'illegittimità per via referendaria (58% di affluenza e 94% di voti favorevoli), vengono indette nuove elezioni per l'inverno 1990 (affluenza stimata tra il 20 ed il 30%) comunque boicottate dai partiti d'opposizione. I Fratelli Musulmani restano per tutti gli anni Novanta il maggior gruppo di pressione del paese (non partito politico perché interdetti dalla scena politica ed obbligati a presentarsi come 'indipendenti'). Le libertà politiche e civili vengono ridimensionate dal governo a seguito della crescita dell'opposizione islamica e degli attentati: nel 1993 viene emanata la Legge sui Sindacati, nel 1995 la Legge sulla Stampa e nel 1999 la legge sulle Ong. Nelle elezioni del 2000 l'Ndp si aggiudica 353 seggi (su 454) e gli indipendenti 72 (di questi, 35 affiliati all'Ndp e 17 alla Fratellanza Musulmana). Nel 2005 la posizione dei Fratelli Musulmani si rafforza, conquistando (sempre come indipendenti) 88 seggi pari a circa il 20%: l'Ndp raggiunge a mala pena i due terzi del parlamento (necessari per emendare la Costituzione) solo con l'appoggio degli indipendenti ad esso affiliati. Il successo elettorale della Fratellanza Islamica fu notevole quanto inaspettato, probabilmente fondato non tanto sul programma politico (di dubbia consistenza e riassumibile nel motto “al-Islam al-Hal”, l'Islam è la soluzione), quanto su di un ridimensionamento delle posizioni in materia religiosa e di un più sferzato attacco alle repressioni del regime, condiviso dalla società civile. Le recenti elezioni parlamentari del 2010 sono state caratterizzate da brogli ancor più evidenti: il maggior candidato d'opposizione, Mohamed El-Baradei, propone di boicottare le elezioni, richiamo non raccolto dal New Wafd Party (Nwp) e dalla Fratellanza Islamica. La prima tornata elettorale evidenzia la gravità della situazione, con impossibilità di monitorare le urne, centinaia di arresti preventivi, voti venduti ed il maggior polo d'opposizione con un solo seggio: la Fratellanza Islamica decide di non presentarsi al secondo turno. L'opposizione raccoglie nel complesso meno del 5% dei seggi: Mubarack aveva da poco modificato l'articolo 76 della Costituzione aprendo la corsa alle elezioni presidenziali del 2011 ai candidati di altri partiti, ma imponendo uno sbarramento del 5%.

La rivoluzione del gennaio e febbraio 2011 riapre i giochi di potere in uno stato importante tanto per l'Africa quanto per l'area mediorientale, nonché per il mondo islamico. Mubarack aveva improntato il paese in una direzione filo-statunitense, solidale con Israele e avversa all'ala islamica radicale, sia essa Hamas o Hezbollah. Per gli equilibri geopolitici della regione i cambiamenti potrebbero rivelarsi importanti quando non epocali, ma prima di tutto serve riformare il paese all'interno. La vivacità politica egiziana è stata per decenni duramente repressa, e bisognerà considerare come si organizzerà per promuovere un periodo di transizione senza soccombere all'entourage di un regime (circa 3 milioni di persone) in vita da decenni. Un ruolo di rilievo verrà coperto dall'islam politico, fino ad oggi escluso dalla scena politica, contrapposto (ma non antitetico) all'islam ortodosso: in questo delicato equilibrio la Fratellanza Musulmana sarà chiamata in causa e dovrà giostrarsi con abilità per evitare derive fondamentaliste e solidarizzare in materia di diritti con i brandelli di società civile ancora in vita.

Riportiamo alcune testimonianze di persone presenti in Egitto nei giorni più caldi della rivoluzione, a cui abbiamo rivolto delle domande. Iniziamo da un'italiana che vive a Il Cairo, intervistata nel pieno della rivolta.
Come hai trascorso i giorni 'caldi' della rivoluzione?
Dopo essere stata più o meno presente agli eventi di inizio rivolta, per quattro giorni sono rimasta barricata in casa. Purtroppo gli ultimi sviluppi della rivoluzione hanno costretto me e tanti altri stranieri a proteggerci dagli attacchi ciechi e sconsiderati dei cosiddetti promubarakkiani, vale a dire mercenari venduti al regime per un piccolo tornaconto economico, e da quelli invece un po' più mirati di altri individui non ben identificati, probabilmente appartenenti ai servizi segreti e altri soggetti fedeli al regime membri della polizia (in borghese). Ho saputo anche di persone a cui sono entrati in casa armati, a volte solo per controlli e perquisizioni, altre volte per prelevare e portare alle stazioni di polizia; in altri casi per arresti (ma questo ha riguardato principalmente attivisti politici e giornalisti egiziani). Inoltre ci sono stati episodi di grande violenza soprattutto verso giornalisti internazionali, che sono stati presi di mira: in alcuni hotel li hanno addirittura pregati di allontanarsi per paura che venissero a cercarli, come del resto è stato; in altri casi li hanno percossi per strada, e nel caso del povero giornalista greco è andata peggio, nel senso che è stato ucciso. Si parlava anche di cecchini appostati nei palazzi che danno sulla piazza e nelle vie adiacenti, ma non si sa con certezza, dato che le informazioni sono tante e a volte senza filtri adeguati si fanno girare voci non proprio veritiere o comunque non provenienti da fonti certe e accreditate.
Cosa pensi di fare nei prossimi giorni?
In buona sostanza non abbiamo ancora ben capito che fare, sembra che siamo rimasti in pochi italiani qui ormai, e in generale pochi stranieri… noi non abbiamo intenzione di muoverci per il momento, anche se questa clausura forzata comincia a snervare tutti. La fuga di massa di 'visi pallidi' dalla terra dei faraoni ha portato anche qualche beneficio per quelli che rimangono: affitti più bassi, posti di lavoro… diciamo che a parte lo sciacallaggio di cui sopra c’è comunque anche l’occasione di contribuire alla ricostruzione di un paese post-rivoluzione, quindi grande crescita personale e tutto il resto appresso.
Cos'è cambiato con l'uscita di scena di Mubarack?
La vita riprende pian piano il suo corso, nel senso che il coprifuoco scatta un paio d’ore più tardi rispetto agli ultimi due giorni, e ancora di più rispetto a prima; alcuni quartieri che erano sotto assedio cominciano a rianimarsi, alcuni negozi hanno già riaperto e le banche dovrebbero riaprire domani. Il pane e le verdure sono un po’ aumentate, o, per lo stesso prezzo, la razione è diminuita (il che in un paese in cui una grande fetta della popolazione vive di sussidi e provvigioni statali, è un problema!); sigarette scarseggiano e la speculazione sul prezzo è in alcuni casi veramente eccessiva; le ricariche del telefono si trovano a tratti e non di tutte le compagnie; e via discorrendo…

Riportiamo adesso una chiacchierata con un amico egiziano, presente durante gli eventi.
Quali sono state le cause della rivoluzione? E' una conseguenza della rivolta tunisina, o sarebbe scoppiata in qualsiasi caso?
Non possiamo nascondere che un contagio tunisino ci sia stato, ed ha ravvivato gli animi di noi egiziani per tre ragioni: le elezioni broglio del parlamento; la reazione del premier a seguito dell'attentato di fine dicembre alla chiesa copta, tradotto in una punizione al Ministro degli Interni; la diffusione su internet e sulla carta stampata delle rivendicazioni di diritti da arte dei manifestanti.
Mubarack ha parlato alla nazione. Quali reazioni avete raccolto voi egiziani dopo il suo discorso?
Il discorso del presidente ha convinto diversi manifestanti impegnati in prima linea a rinunciare alla lotta. Io sono uno di essi: quest'uomo non ha tradito e noi gli dobbiamo rispetto. Il suo discorso è stato chiaro, non si ripresenterà alle prossime elezioni ed ha accolto la richiesta parlamentari di modifica degli articoli 76 e 77 della Costituzione. Ha scelto due persone di tutto rispetto per condurre la transizione. Mi sembrava che avesse accolto le richieste del popolo: l'Egitto è un paese chiave e le manifestazioni devono cessare perché sono state accolte tutte le nostre richieste, salvo la cacciata fisica di Mubarack.
Non pensi sia un tassello importante?
No: negli ultimi trent'anni ci siamo sentiti protetti e in pace; non è un ladro come altri presidenti che si devono dare alla fuga; un suo esilio lascerebbe spazio a preoccupanti ingerenze esterne.
Dunque hai rinunciato a batterti e sei passato nelle file dei conservatori?
Nel corso dei giorni ho visto l'evoluzione del comportamento dei sostenitori di Mubarack e sono ritornato sui miei passi: quest'uomo non merita di rappresentare il paese, e gli avvenimenti che si sono susseguiti ne hanno condannato l'immagine.
Che fine hanno fatto i sostenitori del regime?
I pro-Mubarack si sono dileguati una volta consapevoli di essere una netta minoranza nelle strade.
Quali figure consideri promettenti per la scena politica del paese?
Penso che il primo ministro Ahmed Shafik sia una persona rispettabile con una buona reputazione. Ha fatto delle promesse al popolo, e prima di giudicarlo aspettiamo di vedere il suo operato.
Pensi che questa rivoluzione porterà cambiamenti concreti?
Credo che dovremo cambiare il paese giorno dopo giorno, ma prima serve mettere definitivamente da parte Mubarack.
Che opinione hai dei Fratelli Musulmani?
La presenza dei Fratelli Musulmani è accettata e rientra nell'ordinarietà, sono parte integrante del paese e a loro spettano diritti civili.
Cosa pensi del vice presidente, Omar Suleiman?
Dopo aver sentito il suo discorso all'ABC News ho inserito quest'uomo nella lista corrotta di Mubarack, in quanto ha affermato che la responsabilità della rivolta è tutta degli islamici.

Concludiamo con il contributo di un'altra amica, al lavoro da un anno ad Alessandria d'Egitto e tornata in Italia nei giorni successivi all'inizio della rivoluzione.
Come hai vissuto in un paese all'alba di una rivoluzione? Percepivi qualcosa di anomalo nell'aria, nelle relazioni sociali, in strada? Vi erano gruppo di pressione, pezzi di società civili, partiti o gruppi religiosi particolarmente attivi?
Segnali di qualcosa di “anomalo” in Egitto hanno iniziato ad apparire subito dopo la fuga di Ben Ali da Tunisi. La risonanza della rivolta tunisina nelle strade del Cairo e di altre città egiziane era visibile ad esempio nel susseguirsi, nella seconda metà di gennaio, di suicidi che richiamavano quello di Mohamed Bouazizi, il ventiseienne tunisino diventato un simbolo dopo essersi dato fuoco per protesta nella cittadina di Sidi Bu Said. In Egitto in quei giorni almeno una decina di persone si sono suicidate allo stesso modo - nelle fabbriche tessili del delta del Nilo, al Cairo di fronte al Parlamento – tanto che l'Università di Al-Azhar ha infine rilasciato una dichiarazione che ribadiva che l'Islam proibisce il suicidio. Di nessuna di queste persone si ricorda adesso il nome, non sono diventati 'martiri' come Mohamed Bouazizi, ma sono stati un segnale, un invito a imitare i fratelli tunisini che ci si chiedeva come sarebbe stato accolto. Fare come in Tunisia è una delle parole hanno iniziato a circolare in rete. Io sono venuta a sapere della manifestazione del 25 gennaio dalla pagina facebook “Siamo tutti Khaled Said”. Khaled è un ragazzo di Alessandria picchiato e ucciso dalla polizia a giugno 2010 dopo essere stato prelevato da un internet-cafè. La versione della polizia
è che il ragazzo sia morto per aver ingoiato una bustina di droga. La vicenda ha avuto molta risonanza in Egitto e all'estero e durante l'estate sono state organizzate ad Alessandria diverse manifestazioni contro gli abusi della polizia. Dalla stessa pagina, che oggi ha circa 850.000 iscritti, sono state lanciate anche le manifestazioni che il 25 gennaio, sostenute e promosse da gruppi di opposizione come il Movimento del 6 Aprile e Kifaya. I Fratelli Musulmani non hanno ufficialmente aderito e hanno adottato una posizione di basso profilo, che hanno mantenuto durante i 18 giorni che hanno portato alla caduta del regime.

Donne, sesso e potere! Pensieri vari e sparsi a quattro mani (n°6, febbraio 2011)


Prima riflessione.
Quest’estate ero in un locale a Milano.
Mentre chiedevo da bere al barista un ragazzo gli stava raccontando di come la fidanzata lo avesse scaricato: ha cominciato ad inveire contro questa chiamandola “puttana, zoccola”. Questo avvenimento mi ha fatto riflettere, perché l’uso di questi termini è così inflazionato?
Il maggior gradimento e utilizzo di un concetto è direttamente proporzionale al numero di parole che esistono per esprimerlo, ad esempio in arabo esistono molti modi di dire cammello. Seguendo questo ragionamento, avete notato quanti sinonimi esistono per prostituta? Ma riferiti agli uomini?
Quando si parla di donne molto spesso entra in gioco la sfera sessuale: ma il potere delle donne sta in questo?
Se una donna usa il suo corpo per raggiungere una posizione molto importante è prostituzione o corruzione?
Il berlusconismo è basato sul vecchio sistema di panem et circensem, nel quale culo e televisione sono i nuovi termini del successo. Coloro che partecipano attivamente a questo sistema sono carnefici o vittime? Gli uomini che arrivano alle posizioni di successo sotto l’ala protettiva del regime sono corruttori, approfittatori e infrangono pubblicamente le regole, ma se lo fanno le donne? Sono nuovamente puttane.
Il governo tenta di proporre uno stile di vita più allettante dove sesso e potere è il binomio fondamentale, le regole sono solo per gli idioti e per i “comunisti”. Il potere delle donne in questo caso sta nel sesso, nell’utilizzo del loro corpo, della loro bellezza per raggiungere i propri traguardi. Fanno parte del complesso sistema costruito lentamente fin dall’80, quando nasce Canale 5, esattamente come ne fanno parte gli uomini, ma le loro armi sono diverse.
Sono le protagoniste attive in questo gioco che utilizzano il sesso per ristabilire in Italia una sana differenza di genere? E sì, le donne sono diverse dagli uomini, loro hanno una vagina, la possono usare per piacere personale o per quello di altri, sono niente meno che bamboline che non hanno diritto di parola durante cene importanti, sono quelle che piangono se le loro leggi vengono bocciate in parlamento, sono carine, dolci, malleabili ma anche maledettamente attraenti, sono presenti in ogni circostanza ma devono mantenere il loro posto.

Seconda riflessione

Impressioni dalla manifestazione del 13 febbraio.
Domenica si sono svolte in diverse città italiane varie manifestazioni.
Ad organizzarle sono gruppi di donne, associazioni femminili, femministe e lesbiche, appoggiate da un ampio assortimento di associazioni culturali e politiche.
Altissimo il numero dei partecipanti.
Le donne scendono in piazza denunciando lo scandalo che ha coinvolto in questi ultimi mesi il nostro paese; accusano la classe politica italiana di essere corrotta e mafiosa, di usare il corpo femminile come moneta di scambio per ottenere facili guadagni; puntano il dito contro un modello relazionale tra uomini e donne “lesivo della dignità delle donne e delle istituzioni”.
Si è ormai arrivati al limite? L’ostentato sprezzo per la figura e il corpo femminile e d’altra parte la rappresentazione costruita dal maschio del suo ruolo nella società, sono stati pubblicamente denunciati e sono stati pubblicamente rifiutati.
Finalmente si è sollevato un problema di genere!
E’ lecito però avanzare delle perplessità.
Personalmente…
Mi chiedo perché si sia dovuti arrivare ad oggi. Perché attendere l’assurdità della situazione attuale per palesare agli occhi della nazione che vi è chiaramente una discriminazione di genere nell’organizzazione del lavoro, dei compiti, dei ruoli e dei diritti in Italia.
Per la prima volta dopo molti anni abbiamo finalmente letto, su uno dei comunicati d’adesione al corteo, l’affermazione che il sistema culturale italiano è ancora patriarcale, che i diritti che si credeva fossero stati acquisiti dopo la forte spinta all’emancipazione portata avanti dai movimenti femministi negli anni ‘60 e ‘70 evidentemente non sono un dato di fatto, non si possono dare per scontati e, soprattutto, non sono ancora sufficienti a garantire un’esistenza dignitosa e soddisfacente per una donna.
Non è stato questo governo ad inventare il patriarcato (semmai ne ha astutamente sfruttato i possibili vantaggi); i differenziali retributivi esistevano prima dell’avvento di un Berlusconi sulla scena politica, così come la violenza sulla donna o la prostituzione ai vari livelli della piramide sociale (dai marciapiedi alle “stanze del potere”). Qualcuno vuole illudersi che con il prossimo governo si azzereranno i migliaia di casi di violenza domestica, che gli ostacoli alla partecipazione al mondo del lavoro e alla vita sociale saranno abbattuti?
Ho l’impressione che la critica ai comportamenti e ai costumi arrivi sì ad estendersi alla “mentalità diffusa” riguardo le relazioni, ma che poi non approfondisca le cause. Certamente tentare di ricercare un’unica radice potrebbe essere nuovamente riduttivo, ma fermarsi all’osservazione superficiale degli atteggiamenti rischia di non ottenere cambiamenti incisivi.
Inoltre…è stato fatto un distinguo tra donne “per bene” e “olgettine”.
Personalmente credo sia molto facile rischiare di scivolare in questa semplificazione: “noi che ci salviamo e che non ci siamo mai vendute - forse anche perché per condizione socio-economiche non abbiamo avuto bisogno di farlo - possiamo puntare il dito contro quelle ragazzacce che invece, per ardore e voglia di scalata sociale, si sono permesse di usare l’unico strumento a loro concesso, ovvero il corpo e il sesso”. Dove sta la responsabilità? Va bene, il libero arbitrio esiste, ma si può parlare davvero di libertà di scelta quando gli unici valori e strumenti a disposizione per costruirsi un futuro sono quelli dello scambio e ricatto economico?
Insomma, come stupirsi del fatto che i nostri politici sono avvezzi alla prostituzione quando in Italia il metodo mafioso di gestione delle istituzioni è la normalità, a partire dalla direzione degli appalti pubblici, passando per i concorsi, l’amministrazione dei comuni, delle università, degli ospedali?
Per concludere:
crediamo sarebbe interessante osservare con maggiore attenzione i diversi aspetti e le varie sfaccettature, implicate nella costituzione di un sistema culturale e politico, ostile alla partecipazione femminile alla vita sociale.
Con questo primo articolo abbiamo voluto dare spunti di riflessione da sviluppare successivamente.

Piccola digressione statistica:
Il World Economic Forum stila una classifica annuale sulle differenze di genere calcolando il
Gender Gap Index su quattro indicatori principali:
• opportunità e partecipazione economica;
• risultati nel campo dell’istruzione;
• salute e sopravvivenza;
• partecipazione attiva alla politica.
L’Italia nel 2010 ha occupato il 72° posto su 134 nazioni, preceduta da Botswuana, Kazakhstan, Cina e Vietnam.
Il rapporto sottolinea che il Bel Paese “continua ad occupare una delle ultime posizioni tra i paesi europei ed ha perso 3 posti rispetto all’anno precedente a causa dei risultati sempre più scarsi in materia di partecipazione economica delle donne”.

Euskal Herria. Intervista ad Arnaldo Otegi, militante indipendentista in carcere (n°6, febbraio 2011)


Pubblichiamo su “Aldo” questa intervista sull’attuale fase politica in Euskal Herria e il ruolo della sinistra abertzale, uscita sul quotidiano basco “Gara” lo scorso 11 gennaio.

Quest’intervista è stata realizzata pochi giorni prima della dichiarazione dell’ETA [in cui proclamava un “cessate il fuoco” permanente, generalizzato e verificabile]. Nelle pagine seguenti, Otegi anticipa eventi, sequenze di avvenimenti e situazioni, alcune positive altre no, e riflette e risponde approfonditamente su tutte. Questa capacità fa sì che una serie di domande inviate ad una prigione si trasformi in un dialogo diretto con la società basca. Questo è il risultato.
Nell’intervista che ci ha concesso due anni fa, già indicava come necessario un adeguamento della strategia politica della sinistra abertzale (indipendentista).
Effettivamente, quella necessità rispondeva all’urgenza di rimuovere un’equazione strutturale per il nostro processo di liberazione, che in maniera sintetica potremmo così formulare: se da più di un decennio consideriamo che esistano condizioni oggettive per il cambiamento politico in Euskal Herria e, senza dubbio, questo cambiamento non si produce, qual è la ragione (o le ragioni) di questo mancato cambiamento? Le possibili risposte potevano essere fondamentalmente due: o ci sbagliavamo in merito all’esistenza di quelle condizioni, o la sinistra abertzale, in qualità di motore principale del cambiamento, manteneva una strategia inadeguata affinché questo cambiamento si materializzasse. Cercare la risposta adeguata a questo interrogativo è il compito su cui abbiamo costruito, sviluppato e definito il nostro dibattito e la nostra scommessa politica.
In questo sforzo di riadeguamento citava come necessario tenere in considerazione anche alcuni fattori che definiva come novità in ambito internazionale.
Pensavo fondamentalmente a due cose: da un lato, la constatazione nello stesso quadro europeo dell’assoluta fattibilità del processo indipendentista se si fossero raggiunte maggioranze popolari attraverso strategie pacifiche e democratiche; e, dall’altro, in un ambito sociale, annotavo l’esistenza di nuove esperienze trasformatrici costruite sulla base di strategie di accumulazione, soprattutto in America Latina, conosciute comunemente con il nome di “socialismo del XXI° secolo”. Oltre a questi fattori, oggi includerei la feroce offensiva del capitale contro il “Welfare State” come elemento di analisi centrale e che deve occupare uno spazio anche nel riadeguamento della nostra strategia.
Due anni dopo quell’intervista, ha, di nuovo, più di un anno di prigione sulle spalle. Perché crede che l’abbiano arrestata nell’ottobre del 2009, quando sembra evidente che il Governo spagnolo era a conoscenza del lavoro che stavate facendo?
Hanno fabbricato un’accusa falsa e ci hanno incarcerati proprio perché sapevano esattamente quello che avevamo intenzione di fare e volevano impedirlo… ma sono arrivati tardi. C’è un dato che dobbiamo avere chiaro: ai fattori che sottolineavo nella risposta precedente bisogna aggiungere nel caso dello Stato spagnolo la profonda crisi di quello che definiscono come “il modello territoriale”. Questa crisi del modello delle autonomie non interessa solo Euskal Herria, ma ha toccato anche la Catalunya dopo la sentenza del Tribunale Costituzionale. E da lì, sommando gli effetti della crisi economica in merito alla solvibilità delle amministrazioni pubbliche, lo stesso modello costituzionale. Oggi lo Stato sa che una seconda transizione è ormai inevitabile. È lì (nella preparazione del terreno) che, per esempio, dobbiamo collocare idealmente il documento patrocinato dalla fondazione Everis e elaborato da 100 attori economici della massima importanza, o l’inclusione – né innocente né casuale – di una domanda relativa alla necessità di una riforma della Costituzione nell’ultima inchiesta del Centro de Investigaciones Sociólogicas (CIS). Allo stesso modo, è evidente che per indirizzare questo processo lo Stato cercava uno scenario in cui la sinistra abertzale fosse, se non annichilita, almeno neutralizzata politicamente, al di fuori delle istituzioni. Questo è l’obiettivo della repressione. Per questo la nostra evoluzione li ha colti assolutamente in controtempo.
Arnaldo Otegi è un riferimento politico, principale interlocutore, leader, simbolo, perfino un numero (utilizzato nella campagna per la sua liberazione). Forse per questo motivo c’è quest’ossessione verso la sua persona che pare riflettersi, per esempio, nell’ultimo processo [per l’atto di Anoeta]?
Sull’ossessione “personale” contro di me, in quanto interlocutore principale o riferimento della sinistra abertzale, penso che abbia l’obiettivo complementare di mostrare e trasmettere alla società basca una sorta di “effetto che sia da esempio”. In ogni caso non mi piace parlare in termini personali. Per questo, ora che mi si attribuisce gran parte del merito dell’evoluzione della strategia della sinistra abertzale, voglio affermare che essa è stata resa possibile solo grazie all’impegno e all’apporto di una generazione più giovane della mia, che ha dimostrato grande maturità e responsabilità. Per questo esprimo pubblico apprezzamento a tutti e tutte, soprattutto a Sonia Jacinto, Arkaitz Rodríguez e Miren Zabaleta… Loro hanno molti più meriti nel cambiamento avvenuto in seno alla sinistra abertzale.
A cosa si riferisce quando parla dell’inevitabilità di una seconda transizione? (La prima transizione è quella dal regime franchista alla “democrazia”)
Constato che oggi in nuclei politici, economici e mediatici dello Stato si ha perfettamente la coscienza della necessità di una revisione del modello derivato dalla Costituzione del 1978. Questa revisione e il dibattito sui contenuti della stessa nascono perché il modello attuale fa acqua da tutte le parti. Tramite questa revisione si vogliono raggiungere in particolare due obiettivi: neutralizzare definitivamente i problemi “nazionali” nel modello “territoriale” e approfittare della crisi per smantellare il già rachitico Welfare State. Questa è la sfida che affrontiamo – né più né meno. Nel contesto di questo dibattito pendente e inevitabile oso avventurarmi per capire quali siano le tre grandi linee di proposta che sono sul tavolo: ci sarà una posizione che cercherà di impedire il dibattito stesso, perché capirà che la sola apertura condurrebbe inesorabilmente al fallimento della “Spagna” come progetto praticabile; è l’attualizzazione del pensiero di Ortega e Gasset. I difensori di questa posizione saranno disposti solo ad un dibattito parziale su temi che non ritengono strutturali (in definitiva, un inganno). La seconda posizione sosterrà con assoluta trasparenza che la riforma dovrebbe avere una natura chiaramente regressiva e reazionaria, in cui porranno come obiettivo, ad esempio, il recupero da parte dello Stato di competenze cedute alle differenti autonomie (istruzione, ecc.), oltre ad una modificazione della legge elettorale che garantisca che i cosiddetti “nazionalisti” non diventino alla fine gli arbitri della governabilità dello Stato. Il meccanismo per portate avanti questo tipo di riforma sarebbe passare attraverso un grande Patto di Stato tra il Partido Popular (PP) e il Partido Socialista Obrero Español (PSOE). E in terzo luogo porremo coloro che ritengono che la seconda transizione dovrebbe dare vita ad uno scenario in cui si accetti la plurinazionalità dello Stato nonché il diritto a decidere liberamente il proprio futuro per popoli come il basco, il catalano, il galiziano… Questo è il contesto a cui ci siamo preparati attraverso il riadeguamento della nostra strategia.
La sinistra abertzale si muove sulla strada che lei sperava?
Senza ombra di dubbio. Sono molto orgoglioso dell’onesta autocritica che abbiamo fatto. Credo che una delle chiavi per incidere nei contenuti di questa seconda transizione pendente sia la nuova scommessa strategica realizzata dalla sinistra abertzale.
Qual è il punto di forza di questo processo?
Il punto di forza del processo (sebbene sappiamo che dovremo superare una feroce opposizione allo stesso) riposa nella nostra capacità di anticipazione politica e nella lunga esperienza di organizzazione e lotta di cui ha dato prova la nostra base di militanti.
E quali sono le sue tappe? Quali avvenimenti dovrebbero segnare il suo sviluppo, immediato o futuro?
Penso che il primo grande obiettivo del processo in marcia (così come è stato raccolto nell’Accordo di Gernika) sia generare le condizioni sufficienti affinché si possano sviluppare e raggiungere stadi di sviluppo superiore nel futuro. In ogni caso, gli avvenimenti che potrebbero e dovrebbero attendersi, detto in sintesi, dovrebbero essere: l’assunzione da parte dell’ETA dei contenuti della Dichiarazione di Bruxelles e dell’Accordo di Gernika, la legalizzazione del processo della sinistra abertzale e la disattivazione delle misure di eccezione che si applicano al Collettivo di Prigionieri e alla sinistra abertzale nel suo complesso. Questo scenario di normalizzazione politica deve essere sospinto dalla società basca con la mobilitazione e con interpellanze e pressioni sul Governo per le sue politiche attuali. Senza mettere in campo la somma delle forze, l’impegno e la lotta democratica, non raggiungeremo il nostro obiettivo di conquistare un nuovo scenario politico.
Crede che abbia avuto più o meno incertezze o resistenze interne di quelle prevedibili? E quelle esterne? Sono quelle prevedibili?
Quando abbiamo deciso di aprire questo processo di dibattito, nel 2008, eravamo ben coscienti del fatto che nella misura in cui toccava questioni essenziali della nostra strategia, inevitabilmente avrebbe generato resistenze in qualche settore della nostra ampia base sociale. Sarebbe stato strano (e preoccupante) il contrario. In ogni caso, abbiamo deciso di tenere questo processo a livello nazionale di Euskal Herria e senza offrire alcun margine né all’ambiguità né, men che meno, all’autocompiacimento. Oggi la nostra base è assolutamente coesa rispetto alla nuova strategia. Questo è l’importante. In definitiva, credo sinceramente che le resistenze interne siano state quelle che avevamo previsto o, addirittura, oserei dire minori.
Durante tutta la sua storia la sinistra abertzale ha avuto una visione molto concreta della lotta armata. È cambiata o, come sostenne l’ETA nella sua Quinta Assemblea, “ogni tempo esige forme organizzative e di lotta specifiche”?
Il dibattito sugli obiettivi e gli strumenti di lotta è un dibattito proprio di tutte le organizzazioni veramente rivoluzionarie. Le organizzazioni rivoluzionarie nascono dal popolo e sono al suo servizio. Questa dichiarazione della Quinta Assemblea dell’ETA si identifica completamente con queste riflessioni. Non ho mai conosciuto militanti tanto autocritici o critici della lotta armata – per esempio nei termini della sua convenienza, del suo apporto reale al processo e perfino in termini etici – degli stessi militanti dell’ETA. Mi creda, mai! Torniamo a ripeterlo: oggi le sfide del processo di liberazione nazionale e sociale esigono, come ben sintetizzato dal documento “Zutik Euskal Herria” (In piedi Euskal Herria), nuovi strumenti organizzativi. Per esser chiari: i tempi attuali esigono il superamento definitivo di una fase politico-militare e la sua sostituzione con una strategia di organizzazione, accumulazione e lotta esclusivamente democratica. Come diceva il titolo dell’articolo d’opinione che noi cinque detenuti scrivemmo dal carcere di Estremera: nuova fase, nuova strategia, nuovi strumenti e gli stessi obiettivi. È questa la scommessa già in marcia.
Si sente la mancanza di una partito legale? Qual è il prezzo di tale mancanza? Come valuta l’ultima iniziativa in questo senso: la presentazione ad Iruñea (Pamplona), lo scorso 27 novembre, da parte di circa 300 militanti significativi, di un documento di base per la creazione di un nuovo progetto politico e organizzativo? L’annuncio del fatto che questo nuovo progetto politico della sinistra abertzale osserverà la Ley de Partidos ha suscitato non poche reazioni…
Appoggio totalmente e in maniera incondizionata l’iniziativa adottata per la creazione di una nuova formazione politica, resa pubblica ad Iruñea, e rendo omaggio pubblicamente ai suoi promotori. Sulla necessità di disporre o meno di una sigla legale, formulerei la domanda in questi termini: per far fronte con efficacia alle sfide che abbiamo menzionato, necessitiamo l’eguaglianza di condizioni con il resto delle formazioni politiche? Abbiamo bisogno di dotarci di strumenti organizzativi che ci permettano di inquadrare i settori più coscienti e combattivi della popolazione lavoratrice? Abbiamo bisogno di esser presenti nella lotta istituzionale? E nello sviluppo della lotta delle masse?... E la risposta è sì, senza alcun dubbio. In quanto al prezzo, le dirò due cose: il prezzo di accettare, per esempio, le condizioni della Ley de Partidos è insignificante se lo compariamo col prezzo che il nostro popolo pagherebbe se non fossimo nelle migliori condizioni per avanzare nel processo di liberazione nazionale. E, in secondo luogo, c’è un solo prezzo che non pagheremo mai: rinunciare alla lotta per conquistare una Euskal Herria indipendente e socialista.
Percepisce ansia per il prossimo appuntamento elettorale? E, se sì, crede che essa possa avere qualche influenza sulla scommessa – a lungo termine – della sinistra abertzale? Come si può o si dovrebbe gestire quest’ansia? O, per dirla in un altro modo, che importanza ha il tempo (il tempo reale e il tempo politico)?
In primo luogo percepisco un’ansia crescente nei settori “unionisti” perché sanno che con la nostra sola presenza elettorale tutta la realtà virtuale che hanno cercato di costruire attorno al “cambiamento” crollerebbe come un castello di carta. Inoltre, la nostra presenza sia alle municipali che alle “forales” mostrerebbe con evidenza l’autentica falsità delle menzogne in merito alla nostra supposta debolezza o addirittura alla nostra sconfitta politica. È triste dirlo, ma alcuni pongono il mantenimento della violazione dei diritti basilari in relazione ai propri calcoli elettorali. La società deve rendersi conto della falsità e del cinismo di molti discorsi, di molti leader politici che esigono condanne a danno della sinistra abertzale, mentre non sono stati ancora capaci di condannare il franchismo. Detto ciò, percepisco anche una certa ansia nella nostra base sociale, frutto di anni di restrizioni e limitazioni al nostro diritto alla partecipazione elettorale. Bene, la prima cosa che voglio affermare è che la nostra presenza alle elezioni di maggio è fondamentale non solo per superare una realtà di segregazione poltico-ideologica che distorce la volontà della società basca e il suo quadro istituzionale, ma anche per legare l’irreversibilità del processo democratico a tutto il complesso di attori politici e sociali. E in secondo luogo, come si è già sostenuto pubblicamente, la nostra scommessa va ben oltre queste elezioni e ha una componente strategica.
Perché era necessario l’accordo strategico con Eusko Alkartasuna (EA) (Partito indipendentista social-democratico)?
Innanzitutto dovremmo distinguere con chiarezza il nostro progetto politico da una parte e la nostra politica di alleanze necessaria per far avanzare il processo dall’altra. Se vogliamo costruire uno Stato, non dobbiamo perdere la prospettiva che questo sarà possibile solamente avendo chiaro che il motore o la contraddizione principale che è alla base del processo di liberazione è quella tra Euskal Herria da un lato e gli stati spagnolo e francese dall’altro. E, in secondo luogo, che abbiamo bisogno di distanziarci in maniera permanente dagli interessi partitari, dalla “politicaccia”, per sviluppare fin da ora una autentica e genuina politica di Stato. È nel quadro di queste considerazioni che si devono gestire le contraddizioni che senza dubbio sono insite in ogni processo politico. Le contraddizioni di classe, o altre nella nostra politica di alleanze, devono essere gestite e risolte con intelligenza, senza che i rami ci impediscano in alcun caso di vedere il bosco.
L’attuale situazione di crisi esigerà che si offrano delle alternative concrete: le avete?
L’obiettivo che persegue l’attuale offensiva condotta dall’oligarchia finanziaria è evidente: smantellare il Welfare State o, detto altrimenti, distruggere tutte le conquiste raggiunte negli ultimi decenni dal movimento operaio. Lo scenario che ci presenta il capitalismo non presenta ombra di dubbio: le prossime generazioni vivranno in condizioni peggiori delle precedenti, con più paura e meno diritti. Questa è la sua alternativa. Stando così le cose e cercando di legarmi alla domanda precedente, vorrei esporre due riflessioni: oggi difendere le conquiste operaie, popolari, concretizzatesi in quello che si è denominato Welfare State è un obiettivo rivoluzionario e antioligarchico. Due: la difesa di queste conquiste pone come compito necessario propiziare un’ampia alleanza di settori che vanno dal socialismo alla socialdemocrazia, arrivando ai comunisti, ai settori di cristiani di base… Anche il blocco indipendentista deve essere il quadro per quest’alleanza.
Nell’accordo si raccoglie anche la relazione preferenziale con la maggioranza sindacale: considera Eusko Langileen Alkartasuna (ELA) disposta a compromettersi nel cammino verso l’indipendenza?
Sia ELA che LAB, così come l’insieme della maggioranza sindacale, devono contribuire, dal proprio ambito, al rafforzamento di un’autentica alternativa nazionale e sociale. Detto ciò, osservo con soddisfazione la presenza del sindacato ELA in molte mobilitazioni, sebbene ritenga che la sua mancata adesione all’Accordo di Gernika non sia coerente dal momento che le condizioni ambientali che hanno sempre voluto ora esistono. In ogni caso, sono convinto che anche ELA andrà adottando progressivamente nuovi e decisi impegni. Sono convinto di questo.
Questo Partido Nacionalista Vasco (PNV) è un compagno di strada nel processo o un ostacolo?
Il processo che abbiamo messo in moto deve servire anche per una chiarificazione strategica definitiva in Euskal Herria. Tutti noi che aspiriamo a creare uno Stato abbiamo fatto una scommessa. Il signor Urkullu (leader del PNV, NdT) mente quando afferma che non è stato invitato a formare quest’alleanza, o all’Accordo di Gernika: se il PNV non c’è è perché ha deciso di non esserci. E lo ha deciso perché crede di avere ancora margini sufficienti per sviluppare da un lato una politica “soberanista de romería”, mentre mantiene una ferrea alleanza con il PSOE (e se fosse il caso anche con il PP), rendendosi corresponsabile della brutale politica di tagli sociali del Governo spagnolo e basco, e agendo come se fosse portavoce del Ministero degli Interni quando esprime giudizi sulle posizioni della sinistra abertzale. Ora la EBB (Euskadi Buru Batzar, Direzione Nazionale del PNV, NdT) ha deciso di tornare a ricercare l’accordo, la collaborazione con lo Stato nel confronto democratico che si è aperto sui contenuti della seconda transizione. Questo è lo scenario attuale, ma le posizioni non sono immutabili, la sua evoluzione dipende dalla forza degli indipendentisti. A partire da qui il pronostico è chiaro: manterremo a volte spazi di collaborazione, altre volte di scontro. Per questo la sinistra abertzale sarà sempre disposta a spazi di collaborazione e incontro per costruire tra tutti uno scenario di riconoscimento nazionale e rispetto della volontà popolare democratica.
Tra le altre cose, Zapatero afferma che l’evoluzione della sinistra abertzale è il frutto positivo della strategia che il Governo spagnolo portò avanti nel processo precedente: cosa gli risponde?
Ho già spiegato dove vadano ricercate le ragioni del cambiamento della nostra strategia, così che non condivido quest’affermazione tranne se la intendessimo nel senso che effettivamente abbiamo fatto un’autentica e profonda autocritica in merito alla posizione che tenemmo nel processo di dialogo precedente, nel quale commettemmo gravissimi errori dai quali abbiamo tratto le debite conseguenze e che non torneremo a ripetere mai più.
Che ruolo dovrebbe giocare il Governo spagnolo nel nuovo processo? Come possono la sinistra abertzale o la società basca ottenere che anche lo Stato spagnolo cambi fase?
Lo Stato, sia ben chiaro, non ha alcun interesse a cambiare fase poiché reputa che nell’attuale stia vincendo e che i baschi stiano perdendo. Quando lo Stato cambierà fase? Quando, attraverso la nostra lotta, l’accumulazione di forze e attraverso il confronto democratico, arrivi alla conclusione che non farlo comporterebbe più costi che benefici.
Perché è importante l’appoggio estero? Perché crede che i firmatari e i promotori della Dichiarazione di Bruxelles siano in un certo modo tanto disprezzati tanto a Madrid quanto da parte di alcuni partiti in Euskal Herria?
La presenza di osservatori internazionali ci permette di spostare il confronto delle idee e le proposte ad uno scenario e ad uno spazio in cui le nostre posizioni sono infinitamente più potenti di quelle dello Stato, chiaramente perché oltre che ragionevoli sono scrupolosamente democratiche. Pertanto, il disprezzo manifestato da alcuni settori rispetto alla loro presenza è direttamente proporzionale alla loro debolezza politica.
Al momento com’è la sua vita in prigione rispetto alle altre volte?
Tirando un bilancio dei miei anni in carcere mi pare di aver già cominciato ad affrontare il nono anno, così che da Herrera de la Mancha (una delle prime carceri di massima sicurezza costruite dallo stato spagnolo) fino a qui ho vissuto praticamente tutte le fasi che ha vissuto il Collettivo lungo gli anni della sua esistenza. Ora, e nel carcere di Logroño, sono l’unico prigioniero politico che “vive” nel mio braccio. In ogni caso, oltre a praticare molto sport e a dedicarmi molto alla lettura, cerco sempre di seguire il consiglio del leader sudafricano Nelson Mandela: continuare a formarci per quando recupereremo la libertà.
Quale crede che sia il ruolo dei prigionieri politici in questo processo democratico?
Il Collettivo di Prigionieri Politici è un attore impegnato nel processo democratico. Gli attori politici, sindacali, sociali dovrebbero aprire canali ufficiali di comunicazione con la sua interlocuzione ufficiale. Questo permetterebbe, dal mio punto di vista, di raggiungere accordi che renderebbero possibile concretizzare i nostri impegni. È un suggerimento che desidero sia diffuso.
Come e quando bisognerebbe affrontare la questione dei prigionieri nel processo?
La libertà dell’insieme dei prigionieri politici deve essere affrontata all’inizio del processo di dialogo e negoziazione, come ambito autonomo di negoziato tra ETA e Stato, senza attendersi accordi politici di carattere risolutivo.
Che cosa pensa dei “movimenti” di prigionieri cui sta dando luogo il Ministero degli Interni?
Tutti i “movimenti” cui il Ministero degli Interni dà luogo attraverso l’applicazione di quella che si è soliti definire “politica penitenziaria” hanno avuto e hanno un solo scopo: fare in modo che la sinistra abertzale arrivi a questa congiuntura storica o neutralizzata, o divisa, o quanto più indebolita possibile; chiaramente il motivo di fondo è che hanno capito che questa è l’unica garanzia del fatto che non possiamo condizionare in maniera efficace il loro progetto di seconda transizione.
Cosa si può fare realmente e in maniera efficace per frenare la repressione, i maxi-processi…?
Riprendo una risposta che ho già dato ad una precedente domanda: lo Stato smetterà di esercitare nella maniera attuale la repressione quando capirà che, in termini politici, sociali e internazionali, essa genera più costi che benefici.
Cosa pensa ogni volta che si esige che la sinistra abertzale condanni l’ETA – anche ora, in pieno periodo di cessazione delle sue attività armate – e vengono portati come esempi leader come Nelson Mandela o Gerry Adams?
Penso che anche da Mandela o da Adams pretendessero condizioni simili nei loro rispettivi processi. Insisto: allo Stato, agli unionisti, a quelli che vivono del conflitto (i burocrati della sicurezza) non interessa il cambiamento di fase che abbiamo pianificato, chiaramente perché sono pienamente coscienti che lo stesso porterà con sé, come conseguenza, la necessità che essi cambino la loro, e sanno che in una fase di esclusivo confronto democratico noi siamo molto più forti di loro.
In sintesi, lei è ottimista riguardo alla capacità della sinistra abertzale di provocare un rovesciamento definitivo dello scenario?
Malgrado ciò che si dice, mi considero un ottimista ben informato. Quest’ottimismo non significa non esser coscienti delle enormi difficoltà e degli enormi ostacoli che dovremo superare; per questo desidero mettere in allarme quei settori che con onestà e buona volontà continuano a credere che questo o quell’impegno adottato dall’ETA (per esempio con la Dichiarazione di Bruxelles, cosa di cui non dubito) porterebbe automaticamente ad un cambiamento sostanziale della strategia dello Stato, che quest’equazione non sarà lineare. Sebbene sia chiaro che lo Stato dovrà assumere una gestione politica per costruire uno scenario di soluzioni definitive. Il processo di raggiungimento di soluzioni deve essere un processo di proprietà di tutti e tutti dobbiamo prendervi parte. Questo sì: sarà la società basca l’unico garante e protagonista reale in grado di condurre il processo ad un buon esito. Torno a ripeterlo: senza organizzazione, somma di forze e lotta di confronto democratico non raggiungeremo nemmeno il più ragionevole dei nostri obiettivi.
Che messaggio vorrebbe trasmettere alla società dalla sua cella della prigione di Logroño?
In primo luogo, considerando anche che siamo in periodo di festività natalizie, desidero mandare un forte abbraccio a tutti i familiari dei prigionieri, che si trovano a doverle celebrare di nuovo in assenza dei propri cari. Ricordo poi che alcuni sono costretti a intraprendere viaggi di migliaia di chilometri solo per poterli vedere. Sappiano che i nostri cuori e i nostri sentimenti sono e viaggiano con loro. Ai militanti della sinistra abertzale, ai familiari degli ultimi detenuti, ai nostri giovani, ai disoccupati e alle disoccupate, alla famiglia euskaldun che da poco ha perso Xabier Lete (poeta basco, morto lo scorso 4 dicembre), a tutti voglio rivolgere un messaggio che riprendo dalla campagna elettorale dei compagni del Frente Farabundo Martí de Liberación Nacional (FMLN) di El Salvador: malgrado tutto, “sorridi, vamos a luchar ”.Irabaziko dugu! Fino alla vittoria!

Intervista a Marcelo Galati, occupante della torre di via Imbonati (n°6, febbraio 2011)


«Aldo dice ventisei per uno» ha incontrato Marcelo Galati, uno dei cinque migranti che dal 5 novembre al 2 dicembre 2010 hanno occupato l’ormai celebre torre di via Imbonati a Milano. Questa mobilitazione, insieme a quella della gru di Brescia, è riuscita a porre al centro del dibattito politico l’ingiustizia delle truffe subite da migliaia di migranti nel corso dell’ultima sanatoria avviata nel 2009. Una sanatoria, lo ricordiamo, che innanzi tutto era diretta solo a colf e badanti, e che quindi tagliava fuori tutte le altre categorie lavorative in cui sono impiegati i migranti in Italia. Inoltre, la stragrande maggioranza dei regolarizzandi – avendo bisogno di uno sponsor – ha pagato migliaia di euro a falsi datori di lavoro italiani, molti dei quali hanno truffato i migranti e si sono intascati i soldi senza nemmeno depositare la domanda di sanatoria. Infine – a procedura già iniziata – i vertici della polizia hanno deciso di rifiutare le domande di chi in precedenza era stato condannato per il reato di clandestinità: oltre a truffare i migranti cambiando le regole a gioco già iniziato, lo Stato italiano ha trasformato di fatto molte domande di sanatoria in autodenunce di clandestinità.
Accanto alla rivendicazione del permesso di soggiorno per tutt*, accanto al rifiuto di una legge – la Bossi-Fini – che non fa altro che spingere le persone verso la clandestinità, accanto alla denuncia del razzismo di Stato che considera reato la semplice mancanza di documenti, la mobilitazione della torre è stata anche uno straordinario laboratorio di autorganizzazione. I migranti sono usciti dall’ombra e hanno cominciato a prendere in mano la propria condizione, aprendo un nuovo cammino di lotta e di liberazione. Ben consapevoli che qualsiasi scelta non potrà essere delegata a nessuno. E che ogni conquista futura partirà solo da loro stessi.
Per ragioni di spazio, pubblichiamo qui solo alcuni estratti di una lunga chiacchierata avuta con Marcelo a inizio febbraio 2011, riportando i passaggi che ci sembrano più interessanti rispetto alla sensibilità del progetto «Aldo».

ALDO: Tu sei uno dei cinque che sono saliti sulla torre di via Imbonati. Sul posto di lavoro avevi già esperienze di vertenze o di lotte?
Marcelo: Sì, alla Carlo Colombo di Agrate Brianza, una trafileria in rame dove lavoravo fino a poco tempo fa. Una vertenza che è finita con la cassa integrazione, ma se era per l’azienda ci avrebbe buttato fuori a calci in culo. Se non facevamo la forzatura di occupare il tetto della fabbrica, a quest’ora eravamo per strada.
Sei salito sul tetto anche lì?
No, no: lì sul tetto della fabbrica non sono salito io in prima persona, perché essendo delegato sindacale avevamo deciso in assemblea che i delegati rimanevano sotto in presidio permanente. Invece gli operai con meno vincoli dovevano prendersi un ruolo più importante, salire. Perché questo? Perché quando sei lì sopra, sei annullato, sei bloccato, blindato, diciamo così. Invece sotto, la tua presenza è importante per l’organizzazione del presidio. Se vai a vedere, in ordine di priorità, è più importante il presidio che l’occupazione. E questo mi ha dato sicuramente un'esperienza in più.
Prima parlavi di «forzatura».
Una forzatura che i sindacati ed i partiti politici se la sognano! Io credo che le lotte solo nascono con la forzatura, perché se non si fanno le forzature che senso ha fare le cose? Quando eravamo in riunione con il presidente della provincia di Monza e Brianza, il sindaco di Agrate, l'azienda, i sindacati e noi operai – una ventina di persone intorno al tavolo – l'azienda non ci ha dato la risposta che volevamo. Allora a metà riunione abbiamo mandato un messaggio con il cellulare: è partita l'occupazione del tetto. Un'occupazione a riunione in corso se la sognano! Non è che entriamo in riunione che c'è già l'occupazione, o usciamo di lì e si va a occupare; proprio a riunione in corso, davanti al presidente della provincia.
Durante la trattativa hai detto: «Guardate che in questo momento è stato occupato il tetto della Carlo Colombo»?
No, è entrato l’autista dell'azienda a dire: «Ci è arrivata una chiamata, l’azienda è stata occupata!». E noi lì, facendo finta di niente… poi abbiamo detto: «E adesso come la mettiamo? Tutte le chiacchiere che ci state raccontando, come le mettiamo?».
Nei vari luoghi dove hai lavorato eri l'unico migrante?
Sì, in fabbrica ero l'unico assunto a tempo indeterminato. Però c’erano i migranti che lavoravano per la cooperativa.
Di cosa si occupava la cooperativa?
Le cooperative servono praticamente per dividere i lavoratori: ci sono quelli delle cooperative e quelli con il posto fisso. Chi fa lavori direttamente con le macchine, chi lavora nella produzione, si chiama «primo settore», il settore produttivo. Prima, tutta la fabbrica stava nel primo settore, da chi faceva lo spazzino fino a chi ti cambiava un bullone. Adesso, no: sono cambiate le leggi e il primo settore è diviso dai servizi. Uno che fino a quindici anni fa faceva la guardia giurata in una fabbrica, aveva il contratto da metalmeccanico. Invece adesso la guardia giurata fa un servizio, e il servizio fa parte di un’altra categoria, quindi è del commercio, o è della polizia. È metalmeccanico solo chi mette le mani direttamente sul prodotto, chi lo trasforma. Tutti gli altri – il magazziniere, il controllo di qualità, qualunque cosa che non ha a che vedere con la produzione – è considerato servizio. Per esempio l'elettricista, il muratore, tutte quelle cose di cui c'è bisogno nella fabbrica, le fanno degli esterni che prendono il lavoro con gli appalti. Con un appalto, si possono prendere anche persone dalle cooperative, a tempo determinato. È il lavoro precario. In fabbrica era abbastanza marcata la differenza: i miei colleghi operai, quelli delle cooperative – che facevano lavoro di spostamento, magazzino, pulizia e altri tipi di lavoro – li chiamavano i «negretti». Li chiamano così perché la maggior parte erano del Senegal. La cosa curiosa è che «negretti» in realtà non voleva dire che erano del Senegal, perché c'erano anche marocchini, che non sono neri. Però il concetto di «negretti» serviva per etichettare quelli della cooperativa. C'erano anche italiani, tra i «negretti»! Napoletani, ma anche brianzoli. Giovani brianzoli, magari anche laureati, che finiscono a lavorare in una cooperativa. E che venivano etichettati come migranti.
Per via del lavoro che facevano?
Sì. Questa è una cosa eclatante: perché tu quando identifichi come diverso, puoi trattare come diverso. A me la prima domanda che mi è venuta naturale è stata: «Se lavoriamo tutti nella fabbrica, e abbiamo la mensa in fabbrica, perché loro non mangiano con noi?». È chiaro: se tu prima li identifichi come qualcosa di diverso, è logico che poi non devono mangiare con te. Perché sono un'altra cosa, sono di fuori. Quindi qui stiamo parlando non di razzismo contro chi viene da fuori e tu neanche capisci come parla, ma parliamo di razzismo nelle condizioni di lavoro. E ti posso assicurare, questo tipo di cosa non era spinto dall'azienda, l'azienda mai ha detto qualcosa per dividere gli operai. Visto che le leggi glielo hanno permesso ha creato la divisione netta tra operai a tempo indeterminato e precari della cooperativa.
I «negretti» sono iscritti al sindacato?
Non hanno il sindacato! Chi lavora in una cooperativa non ha diritto al sindacato. Non hanno diritto alla mensa, figurati se hanno diritto al sindacato! E hanno il problema del continuo rinnovo del contratto: «mi rinnovano o non mi rinnovano quando finisce il contratto a tempo determinato?» La cooperativa ogni due anni cambia ragione sociale e la gente continua ad essere precaria… i soliti giochetti che sappiamo, che tutti quanti fanno. Però è lo Stato con le sue leggi a permettere questo. Ma la mia esperienza è stata diversa. La prima volta che sono andato a lavorare in un magazzino, sono andato per una cooperativa. C'erano sei magazzinieri, tutti assunti a tempo indeterminato, tutti italiani tranne uno che era marocchino. Quando sono entrato lì, il primo giorno di lavoro, mi hanno preso negli spogliatoi, tutti, e mi hanno detto che gli dovevo dire quanto guadagnavo, senza discussioni. E io gliel'ho detto, non me ne importava molto. Allora mi hanno preso per un orecchio, mi hanno portato dal direttore, e gli hanno detto: «Stesso lavoro, stessa paga. Non permetteremo che qua entra una persona a lavorare e che guadagna meno di noi. Perché tu domani ci prendi gusto e ne prendi un altro, e poi un altro, e dopo noi perdiamo il lavoro. Quindi, o gli aumenti lo stipendio, o tu qua non porti nessuno dalla cooperativa». Mi sono trovato lo stesso giorno con lo stipendio aumentato, il buono mensa, il buono per il trasporto. In un giorno di lavoro. Grazie alla determinazione dei miei colleghi. Che me l'hanno detto chiaro: «Non lo facciamo per te, lo facciamo per noi». E lì non c'erano sindacati. Un esempio di istinto di classe. Una cosa totalmente diversa da quello che siamo abituati a sentire: una posizione netta degli operai, non sindacalizzati però per fortuna non ammaestrati. È così che si dovrebbero comportare i lavoratori italiani nei confronti degli stranieri. E ogni lavoratore italiano nei confronti dei precari. Un’idea semplice: «Stesso lavoro, stesso stipendio».
Cosa racconti della torre di via Imbonati, invece?
Quando è finita la lotta alla Carlo Colombo e sono diventato un «cassintegrato militante», mi sono avvicinato al «Comitato Immigrati in Italia» di Milano. Mi hanno chiesto una mano, e io – che non avevo mai fatto nulla sul tema dei migranti – gliel’ho data. Si tratta di un'organizzazione che ha già un'esperienza decennale a livello nazionale, e voleva organizzarsi anche a Milano. Certo, in questi anni non ha avuto una grande visibilità, ma ha fatto un lavoro che dura nel tempo: mantiene viva una lotta, fa un percorso e dà un profilo ai diversi tipi di lotta dei migranti. Un lavoro decennale, anche se non dà dei frutti positivi immediati, o neanche dà frutti in quei dieci anni, fa muovere sempre il «calderone», c'è sempre qualcuno che lo muove. Quel che è interessante è l'autorganizzazione, l’organizzazione dei migranti stessi. L'autorganizzazione produce delle cose interessanti, rompe tante barriere ed esce dagli schemi della lotta come è vista qua in Italia.
Per esempio?
Non ci sono regole! Ci sono forse regole per attaccare i migranti? No! Quindi non rispetto le regole neanche io! Pensa alla «sanatoria-truffa». Non solo le regole sono talmente strette che sembrano messe apposta per non rispettarle, ma lo Stato stesso cambia le regole durante la sanatoria. Quella della sanatoria e del permesso di soggiorno ai migranti truffati era l’esigenza più immediata. A questo si sommano altre rivendicazioni, che fanno parte della piattaforma del Comitato Immigrati in Italia: il permesso per chi ha perso il lavoro per colpa della crisi, il permesso per chi lavora in nero e denuncia i suoi datori di lavoro, il diritto di voto per chi vive in Italia da più di cinque anni, la cittadinanza per i figli di migranti che nascono qua, una legge sul diritto di asilo.
Come è stata portata avanti la mobilitazione della torre?
Si è cominciato con il chiedersi: «Abbiamo quest’esigenza. Cosa facciamo?». Innanzi tutto, un presidio per informare. Dopo che hai fatto il presidio, cosa fai? Una manifestazione per farti vedere. Quindi, chi hai informato, l’hai anche invitato a partecipare alla manifestazione. Una volta che fatta la manifestazione, fai un altro presidio per informare. Questa è una dinamica normale, che si chiama di «accumulazione». La logica è quella di fare un secondo presidio per informare altre persone, per poi organizzare un’altra manifestazione. E nel frattempo tu chiedi risposte politiche alle istituzioni. Le risposte che ci hanno dato erano a nostro favore: tanto in prefettura come in questura ci hanno detto «Sì, avete ragione, ma non possiamo fare nulla, è la legge che è così». Quindi, ci danno dato ragione sulle truffe fatte nella sanatoria, però hanno dichiarato l’incapacità di risolvere i problemi. A quel punto le associazioni iniziano a farsi altre domande: «Perché, nonostante il bel lavoro di accumulazione portato avanti, mancano le risposte politiche?» E i migranti si convincono che devono trovare il modo di fare pressione sulle istituzioni, per smettere di essere ignorati in quel modo. Bisogna mettere alle strette gli interlocutori, per obbligarli a trovare delle soluzioni.
Dopo l’esperienza della Carlo Colombo, ho fatto una proposta: «Possiamo cercare una gru di un cantiere, facciamo salire qualcuno sulla gru e facciamo diventare quella gru un problema politico per il governo, così lascia stare il presidio lì sotto». Infatti, se il tuo obiettivo è conservare la piazza del presidio e lanciare il tuo messaggio, con l’occupazione di una gru crei un problema più grande e più visibile. E metti anche una distanza di sicurezza tra occupanti e polizia: non si può sgomberare una gru come si sgombera un presidio non autorizzato in una piazza. Il presidio non autorizzato lo fai comunque, ma nessuno ti dice nulla perché stai lì per solidarietà con quelli in cima. Era quel che dicevo prima: l'importante – come alla Carlo Colombo – è il presidio, non la torre, non la gru.
La proposta di salire su un luogo elevato è piaciuta?
Sì, a Milano l’idea della torre prende, principalmente tra i militanti. Prende, però ci sono tante perplessità. Principalmente di chi? Delle associazioni, dei partiti politici e di chi lavora con i sindacati. Perché un’azione del genere, farebbe sì che i migranti prendessero l'iniziativa. Un'iniziativa che i partiti politici, le associazioni e i sindacati non sono capaci di prendere. Loro dicono che hanno dei vincoli e che la situazione non è ancora matura per prendere quella decisione. Però i migranti non hanno questi vincoli – quello di cui parlavamo prima – e si possono permettere di fare la «forzatura», di salire sulla torre. Quindi – paradossalmente – i migranti diventano il vero problema delle organizzazioni, dei partiti politici, dei sindacati. Perché mettono in evidenza la loro incapacità, perché sono capaci di fare quello che loro non sono capaci di fare, magari con due milioni di iscritti. Ovviamente, perché i migranti non hanno niente da perdere, e se invece tu hai due milioni di iscritti… hai due milioni di iscritti da perdere, hai da perdere la tua posizione sociale, tutto quel che guadagni, e la possibilità di farti candidare ad alcuna carica politica alle prossime elezioni. Quindi era questo, paradossalmente, il problema.
L’autorganizzazione dei migranti ha funzionato?
Io credo che lì, la gente lì sotto, il fatto di andare al presidio e non riconoscere leader, ha aiutato tantissimo le persone ed autosvilupparsi. Il problema è che la mancanza di una direzione reale sotto alla torre ha lasciato giocare abbastanza bene i partiti e le organizzazioni.
In che modo?
Perché andavano a garantire alle autorità che la soluzione della questione della torre passava per la loro responsabilità, si presentavano come i rappresentanti dei migranti. E la soluzione della questione era zittire le persone al presidio e mandarle a casa, anche se il problema della sanatoria e dei permessi non era ancora stato risolto. E questo è grave.
C’è una spiegazione sul perché si sono comportati così. Dicevano di dover prendere quella posizione da pompieri per salvaguardare l'integrità dei migranti, perché in teoria la polizia poteva attaccare il presidio in qualunque momento. Cosa che si è dimostrata falsa: il presidio è durato cinquanta giorni e non c'è stato nessun attacco. Però quest’idea di salvaguardare i migranti in realtà nascondeva la salvaguardia di loro stessi: perché venivano identificati dalle autorità come le persone che avevano organizzato tutto. Quindi era in pericolo una credibilità e uno status sociale che avevano acquistato in anni di attività. Insomma, la loro posizione era in pericolo per aver dato spazio ai migranti autorganizzati. Sì perché, alla fine, questi sindacati e questi partiti – consapevole o inconsapevolmente – avevano dato spazio all’autorganizzazione dei migranti.

Bollettino della crisi da Pavia e Provincia (n°6, febbraio 2011)


Ormai, a sostenere che siamo fuori dalla crisi non sono rimasti in molti, nemmeno dal governo. Forse hanno capito che non ci crede nessuno. I segnali di ripresa, individuabili in qualche settore, in qualche zona, si fermano ai numeri, ma non a quelli riguardanti l’occupazione. L’inizio del 2011 presenta un quadro grigio se non nero: il tasso di disoccupazione italiano continua a salire e secondo le stime una lieve ripresa occupazionale si avrà solo dal 2012. Anche chi parla di ripresa, deve aggiungere che si tratta di una “ripresa senza occupazione”. Intanto fa sempre più riflettere la situazione del mercato del lavoro a livello giovanile, con un tasso di disoccupazione arrivato al 26,2%.
Nel 2010 sono stati 55mila i licenziamenti nella sola Lombardia (+13% rispetto al 2009) ed è cresciuto ancora del 16% il ricorso alla cassa integrazione. In provincia di Pavia i licenziamenti sono stati 4600 in due anni (senza contare i contratti a tempo determinato o a progetto non rinnovati), con un aumento nel 2010. Tra novembre e gennaio agli uffici di Cisl e Cgil si sono presentati in 500 con lettere di licenziamento in mano.
La provincia di Pavia ha visto dimezzarsi tra 2009 e 2010 il ricorso alla cassa integrazione ordinaria, di norma il primo strumento messo in campo in situazioni di crisi, ma non è un caso che il 25% delle imprese della provincia abbia esaurito le 52 settimane a disposizione. La tendenza sembra comunque essersi invertita al termine dello scorso anno, con una nuova crescita della cassa ordinaria: 221mila ore a settembre, 251mila a ottobre, 340mila a novembre. Pesa il fatto che anche da settori inizialmente poco toccati dalla crisi sono iniziate ad arrivare richieste di ammortizzatori sociali: è il caso ad esempio di alcune ditte di trasporti di Pavia e Casorate Primo, delle logistiche della zona di Corteolona, Chignolo e Arena Po (200 lavoratori in cassa integrazione in questo periodo) e anche del settore agroalimentare.
È in netto aumento intanto il ricorso alla cassa in deroga, +50% con 2milioni453mila ore autorizzate l’anno scorso. Ma il dato che fa segnare l’aumento più eclatante è quello della cassa straordinaria, per la quale si è passati dalle 650mila ore autorizzate nel 2009 ai 3milioni112mila ore del 2010 (+378%). E come emerge da tantissime situazioni, quasi sempre la cassa straordinaria riguarda lavoratori di aziende che non riescono a tornare sui livelli produttivi precedenti alla crisi e che se rimangono aperte procedono a tagli al personale. Inoltre il rinnovo della cassa straordinaria in diversi casi sta permettendo a lavoratori di aziende già fallite di continuare almeno per alcuni mesi a percepire un reddito minimo prima del licenziamento.
È questo il caso dei 22 cassintegrati dell’ex zuccherificio di Casei Gerola, chiuso ormai 5 anni fa, e che hanno visto fermarsi il progetto di centrale a sorgo (che doveva garantirgli un nuovo posto di lavoro) incagliato, nonostante le mille promesse, tra le burocrazie e i diversi veti tra ministero, regione e provincia. I 22 continuano l’occupazione degli uffici di Finbieticola a Voghera e continuano a dover sperare ogni qualche mese in una proroga della cassa integrazione per non rimanere senza un reddito.
Rimanendo in Oltrepò, restano molto critiche le situazioni di diverse aziende del settore metalmeccanico: alla Brasilia di Retorbido sono un centinaio gli operai in cassa integrazione e la proprietà ha annunciato la messa in mobilità di 35 lavoratori. Un piano aziendale di riduzione del personale interessa anche la Fmc di Montebello, dove sono previsti 16 licenziamenti. Intanto alle officine Busi di Mezzanino è stata aperta la procedura di mobilità per 6 operai. Da Voghera è arrivata la notizia del fallimento (annunciato) della Salvadeo: 17 operai sono senza un reddito da luglio (dopo un anno in cassa integrazione ordinaria) senza nemmeno la richiesta di concordato preventivo per la cassa straordinaria da parte dell’azienda. La richiesta è stata da poco fatta dal curatore fallimentare e per i dipendenti ci sarà un anno di cassa straordinaria prima del licenziamento. Sono una ventina i dipendenti rimasti al lavoro alla Tanino Crisci di Casteggio, azienda calzaturiera, dopo i pesanti tagli al personale dei mesi scorsi. La situazione non sembra tranquilla nemmeno per loro visti i debiti dell’azienda e visto che Equitalia, in credito verso la proprietà, ha iniziato a vendere alcuni macchinari. Al momento le macchine restano in azienda, ma la preoccupazione rimane alta.
Per quanto riguarda la Lomellina, erano decine le imprese soprattutto del calzaturiero e del meccanico legato alla scarpa che da già da prima del 2008 chiudevano oppure delocalizzavano. In questi ultimi due anni la crisi si è aggravata e si sono visti massicci licenziamenti come nei casi della Fiscagomma e attualmente della Atom di Vigevano. Ma esempi di aziende in crisi ce ne sono un po’ da tutti i settori. Dall’inizio dell’anno sono partite altre 13 settimane di cassa integrazione ordinaria per i 70 dipendenti, in maggioranza donne, del maglificio Mapier di Lomello. La proprietà ha anche ribadito che ci saranno degli esuberi, si parla di 30 possibili licenziamenti. A marzo chiuderà formalmente la Quadra di Gambolò, con 14 dipendenti (un anno fa erano 40) messi in mobilità dopo 7 mesi di cassa straordinaria. Altra questione aperta da tempo è quella della Cablelettra di Robbio, sistemi di cablaggio per auto, amministrata da un commissario ministeriale dopo la messa in liquidazione, 200 dipendenti per i quali la cassa straordinaria scade a maggio. Sono arrivate alcune offerte per l’acquisto del gruppo e si parla in particolare dell’interessamento del gruppo giapponese Yazaki, già presente in Italia con uno stabilimento in provincia di Torino: tra le condizioni per l’acquisto c’è il mantenimento dei posti di lavoro, ma si teme che i nuovi proprietari possano chiedere ai dipendenti di spostarsi verso altre sedi.
Un caso che ha fatto discutere negli ultimi mesi è quello della Genset di Villanova d’Ardenghi, a pochi chilometri da Pavia, una delle maggiori aziende metalmeccaniche della provincia. Se ne è parlato molto sulla stampa pavese più che altro presentando il caso come una rivisitazione locale e in piccolo del ricatto di Marchionne agli operai di Pomigliano e Mirafiori (per ora). Un parallelo c’è: si chiede di rinunciare a qualcosa di acquisito (diritti o parte del salario in questo caso) in cambio di un impegno a salvare i posti di lavoro. La proprietà aveva cominciato, l’autunno scorso, annunciando 110 esuberi per il marzo 2011. Successivamente la proposta ai lavoratori, per diminuire i posti tagliati, di lasciare in azienda il “superminimo” personale e andare avanti con la cassa integrazione fino a tempi migliori. Il 90% dei lavoratori in assemblea si è espresso contro lo “scambio” proposto: troppo vaghi gli impegni dell’azienda e promesse legate a una futura, solo possibile, ripresa. Una nuova proposta della Genset è un taglio dell’8% del salario con l’impegno di limitare i licenziamenti a 38, con anche in questo caso un non ben definito impegno a riassumere eventuali licenziati. La vertenza è tuttora aperta e, con 180 persone che rischiano di perdere il posto di lavoro, non può che assumere un peso particolare per Pavia.

giovedì 17 febbraio 2011

La crisi egiziana. Domenica 20 febbraio, ore 18, Osteria Sottovento




Si terrà domenica 20 febbraio a partire dalle 18 all'Osteria Sottovento (via Siro Comi, Pavia) l'iniziativa sulla situazione politica e sociale egiziana e sui movimenti che stanno attraversando l'area maghrebina.

La serata, che doveva svolgersi giovedì 10/2 allo Spazio di mutuo soccorso Ex Mondino, era saltata a causa dello sgombero dello stabile, avvenuto quello stesso giorno.

Tra i relatori Pierpaolo Ciancio, redattore di Osservatorio Iraq, e Barbara Airò, docente di lingua araba.

domenica 13 febbraio 2011

Da askapena.org. Video sulle iniziative in solidarietà ai prigionieri politici baschi

video

Video-collage sulle iniziative svolte in tutto il mondo in solidarietà ai detenuti politici baschi. Anche Pavia è tra le città italiane coinvolte. Tratto dal sito askapena.org

sabato 12 febbraio 2011

Sms Ex Mondino, comunicato sulla discesa dal tetto

Questa notte, dopo due giorni di resistenza sul tetto dell' SMS ex mondino occupato il 28 gennaio, i due compagni hanno deciso di scendere. La decisione è maturata in un dialogo tra i due e il nutrito presidio sottostante. Tutto ciò a seguito della proposta da parte del rettore di porre all'ordine del giorno del consiglio di amministrazione l'assegnazione di uno spazio al fine della realizzazione dei nostri progetti.
Riponendo poca fiducia in questo impegno formale firmato dal rettore, abbiamo però deciso di dotarci di questo strumento per continuare ad esercitare pressione al fine di soddisfare bisogni di cui l'università dovrebbe occuparsi.
Ciò che ci preme sottolineare è che continueremo le nostre battaglie, secondo i nostri metodi. Questo significa che ci opporremo all'applicazione della riforma Gelmini a Pavia, durante le commissioni che verranno istituite per modificare lo statuto dell'università. Il rettore non pensi di avere vita facile e di poter cancellare i problemi che affliggono la nostra università attraverso questa discesa dai tetti. Continueremo sulla strada che abbiamo intrapreso, consapevoli che questi sono solo piccoli passi. La lotta non finisce oggi. Ci ritroverete presto, su qualche tetto, a bloccare strade o a riprenderci ciò che ci spetta.

Occupanti ex Mondino

Rinvio serata sulla crisi egiziana

Giovedì 10 febbraio non si è potuta svolgere la serata sulla crisi egiziana prevista presso lo Spazio di Mutuo Soccorso Ex Mondino, in quanto lo spazio è stato sgomberato nella mattinata del giorno stesso.
L'intenzione di fare svolgere comunque l'evento di fronte allo stabile sgomberato non si è potuta concretizzare per l'impossibilità di fare arrivare l'impianto audio e altri supporti a causa del divieto delle forze dell'ordine.

L'iniziativa non è annullata ma solo rimandata. Seguiranno aggiornamenti sulla data e sul luogo in cui si svolgerà.

Aldo

giovedì 10 febbraio 2011

pavia spazio di mutuo soccorso sgomberato, due studenti in cima al tetto

In questo momento presidio permanente fuori dall'SMS ex Mondino, via Palestro, Pavia

Questa mattina alle 9 un dispiegamento di Polizia, Carabinieri, Vigili Urbani e Vigili del fuoco ha sgomberato, su richiesta del rettore Angiolino Stella i locali dell’ex Mondino, occupati il 28 gennaio dagli studenti allo scopo di creare uno spazio di mutuo soccorso.

Questa è la forma di dialogo proposta dal governo dell’Università, che in questi anni non ha esitato a scaricare sulle spalle degli studenti i tagli l’Università e le proprie incapacità, aumentando le tasse e comprimendo ulteriormente i già esigui servizi di diritto allo studio.

Stanchi di elemosinare welfare studentesco ad istituzioni sorde ed impotenti gli studenti hanno iniziato a costruirlo autonomamente: nell’ex mondino stavano organizzando un collegio, una mensa, aule studio permanenti, una copisteria a prezzi di costo, un cinema e una sala per conferenze e seminari nello spirito dell’autoformazione.

Produrre senso critico e solidarietà, questo è l’obbiettivo dello Spazio di Mutuo Soccorso.

Far rivivere locali dismessi, destinati a rimanere abbandonati, attraverso l’autorganizzazione degli studenti: questo è il nostro strumento.

Ancora una volta le nostre proposte per un dialogo costruttivo si sono scontrate contro i muri di baroni abituati a gestire l’ateneo come signori feudali.

La violenza subdola che viviamo ogni giorno nella nostra condizione di studenti e lavoratori precari si è palesata oggi nella sua forma più esplicita attraverso la repressione ordinata dal rettore.

Per contrastare quest’azione alcuni studenti hanno deciso, rischiando la propria incolumità, di salire sul tetto dell’ex-mondino.

A tanto bisogna arrivare in questo paese, in questa città, per difendere i propri diritti.

Non creda Stella di poter chiudere la partita con un colpo di mano. Qui non finisce niente se non lo decidiamo noi. Noi che siamo il corpo vivo e sano dell’Università.

venerdì 4 febbraio 2011

Spazio di Mutuo Soccorso Ex-Mondino, comunicato e programma dei prossimi giorni

Pubblichiamo il comunicato scritto in seguito alla richiesta di sgombero da parte del rettore dell'università di Pavia

Venerdì 28 gennaio, un corteo di centinaia di studenti ha occupato a Pavia l’ex Mondino, stabile abbandonato e senza progetti di recupero. È nato così lo Spazio di Mutuo Soccorso. Sono già state allestite una sala studio, una ciclofficina e una sala proiezioni. L’aula magna a gradoni è stata ripulita e ha ospitato un incontro con la Fiom. Ieri si sono tenuti un reading poetico e la presentazione di un libro. Questo fine settimana si terrà un incontro con studenti di Milano e di Trento per progettare un ciclo di seminari di autoformazione. La prossima settimana inizieranno i corsi di autoformazione con un incontro sulle energie rinnovabili e uno su welfare e mutualismo, entrambi tenuti da docenti dell’università di Pavia. A breve apriremo una residenza per studenti fuori sede, una mensa biologica a kilometri zero, un ostello, un copypoint (rigorosamente a prezzo di costo), una biblioteca e uno sportello di assistenza per studenti/lavoratori precari. La validità di questo progetto è confermata dalle numerose adesioni ricevute, dall’Italia e dall’Estero, da ricercatori solidali e disponibili a collaborare con noi.

Queste esigenze derivano dagli effetti dei tagli e delle riforme che dall’alto del Ministero vengono calate sugli studenti. Mentre il movimento studentesco si è opposto a questi processi con vigore, non solo occupando l’ex Mondino, l’Università di Pavia li scarica sulle spalle degli studenti: aumentando le tasse, tagliando i servizi e le borse di studio. A brevissimo il TAR, dopo aver dichiarato illegale l’ultimo aumento delle tasse, stabilirà se l’università sia tenuta o meno a rimborsare gli studenti. Si guardi bene il rettore dai suoi richiami alla legalità, dunque. Inoltre, i baroni si apprestano ad applicare il DDL Gelmini al quale, dopo aver fatto finta di opporsi, non esitano a spalancare le porte dell’ateneo, con l’istituzione di una antidemocratica commissione di modifica dello Statuto. La riforma si può ancora bloccare, così come i lavori di questa commissione.

Non solo: il rettore ha formalmente richiesto lo sgombero dell’ex Mondino. Agli studenti che cercano di costruire diritti e servizi Stella risponde con la violenza della polizia, trasformando un problema di ordine sociale in problema di ordine pubblico. Uno sgombero non risolve il problema del diritto allo studio. Il rettore, da anni sordo alle richieste e alle proposte concrete, si oppone al dialogo nascondendosi dietro promesse vaghe e fumose. Egli vaneggia tavoli di trattativa per fine febbraio, con studenti compiacenti scelti ad hoc, per parlare probabilmente di scantinati o sottoscale. Se anni di richieste pacate e istituzionali non avevano condotto neanche a questo minimo risultato, allora risulta chiaro che l’unico strumento in mano agli studenti è il proseguimento dell’occupazione.

L’università di Pavia compie quest’anno 650 anni, e se li porta pure male. Non ci troviamo nulla da festeggiare. L’ateneo si mette in vetrina spacciandosi per un’isola felice, ma non lo è. Il grado di soddisfazione degli studenti per riforme e servizi sarà ben chiaro durante l’open day e le cerimonie per i 650 anni.

Diceva Vitale Albera nel 1833: «Le Università erano vulcani a cui bastava una scintilla per incendiare a suo tempo». Lo sono ancora e i baroni ci sono seduti sopra.



Di seguito i prossimi appuntamenti presso l'ex Mondino

Ogni mattina dalle h. 5 @ SMS via Palestro
Presidio antisgombero con colazione

Sabato h. 18 @ SMS via Palestro
Assemblea redazionale per la stesura di un quaderno, edito da Quodlibet, di narrazione della mobilitazione No Gelmini

Sabato h. 22 @ SMS via Palestro
Toga party

Domenica h. 13 @ SMS via Palestro
Pranzo sociale biologico a kilometri zero a cura de Gruppo di Acquisto in Movimento

Domenica h. 15 @ SMS via Palestro
Tour guidato dello stabile e presentazione del progetto di Spazio di Mutuo Soccorso

Domenica h. 15,30 @ SMS via Palestro
Incontro con studentesse e studenti di Milano e Trento per organizzare un ciclo di seminari di autoformazione su “Lo stato d’eccezione”

Lunedì h. 9 @ piazza del Lino [palazzo di San Tommaso]
Lasciate ogni speranza voi matricole ch’entrate: illustriamo lo stato dell’università agli studenti delle superiori che partecipano all’open day

Martedì h. 16 @ SMS via Palestro
Assemblea universitaria: blocchiamo la riforma e chi la vuole applicare

Mercoledì h. 9 @ cortile di scienze politiche
L’università compie 650 anni: non c’è nulla da festeggiare