Venghino, signori venghino! Più gente entra più bestie si vedono!
Era nell’aria da tempo: dopo la chiusura della precedente sede, provocatoriamente sita in via dei Mille a un centinaio di metri dal CSA Barattolo, che da più di 10 anni è radicato sul territorio, la giunta comunale dà nuovamente spazio all’estro xenofobo forzanovista.
Questa volta la zona prescelta potrebbe sembrare “innocua” poiché la sede, fatto salvo il condominio che la ospita, non è inserita in un contesto densamente abitato né vicino a “punti caldi” come sedi di partiti o stabili in cui sono stati ospitati i Rom dell’ex-Snia.
Ma è bene non farsi ingannare dalle apparenze: la fiammante sede Emanuele Zilli si trova infatti nelle immediate vicinanze di due quartieri residenziali e popolari. Sia il Cassinetto che il Vallone, inoltre, nei mesi precedenti l’apertura della sede sono stati casualmente oggetto, insieme ad altre zone di Pavia, di atti di chiara matrice xenofoba (a fine marzo le strade pavesi sono state adornate di svastiche, i monumenti ai partigiani rovinati o imbrattati, alcuni negozi gestiti da migranti sono stati danneggiati, la vetrina della sede del Partito dei Comunisti Italiani infranta).
Del resto va ricordato che la chiusura aveva fatto seguito ad un’aggressione (15 ottobre 2008) ai danni del CSA Barattolo, in cui il Collettivo Universitario Autonomo aveva organizzato una festa di autofinanziamento; quindi la nuova sede non poteva aspettarsi niente di meno che, per la cerimonia d’apertura, il Segretarione Nazionale Roberto Fiore. Il Flower, per chi ancora non lo sapesse, s’era distinto nei ruggenti anni ’70 per la sua adesione ai NAR, adesione che gli costò l’allontanamento dall’amato suolo patrio, terminato con la fine della latitanza nel ’98.
Immancabile l’intitolazione della sede ad un “camerata-martire”, caduto sotto i colpi dei feroci sovversivi comunisti: Emanuele Zilli. Morto nel novembre del 1973, in seguito ad una caduta dal proprio motorino mentre stava tornando a casa dal lavoro, Zilli (militante dell’MSI) divenne subito un’icona per il movimento neo-fascista pavese. Le circostanze (un incidente stradale in una strada deserta) ben si prestavano ad essere strumentalizzate: il militante è immediatamente, sulle bocche e nell’immaginario degli altri missini, percepito come una vittima di un agguato, in tutti i modi occultato dalla stampa locale, chiaramente filo-comunista… sarebbe stato strangolato mentre procedeva sul proprio ciclomotore. Così Zilli e la sua sfortuna nel condurre mezzi a motore colmano prontamente l’assenza, nello scenario pavese, di un agnello sacrificale, un mito da richiamare continuamente, al parossismo.
Ma torniamo all’attualità: se la rinnovata presenza di un luogo d’aggregazione per i militanti neo-fascisti ha portato molti a temere per le possibili azioni di questi individui, al momento i forzanovisti nella sede imbiancata di fresco si stanno rivelando una delusione. Diverso è il discorso se si analizza il momento in cui è stata loro riconfermata l’agibilità politica in questa terra di risaie: in seguito a quattro mesi in cui la città è stata governata da un Commissario Prefettizio (o prefittizio o perfettizio, scegliete voi… per gli amici Maria Laura Bianchi) che avrebbe dovuto supplire alla caduta della sindaco-burattino Capitelli, abbandonata dai suoi assessori fintodicentrofintodisinistra a fine gennaio, Forza Nuova s’è trovata la strada spianata. Non hanno neanche concorso alle elezioni comunali: un po’ per non dover capire, avendo meno voti che tesserati, quale degli iscritti non ha scelto in cabina “l’unico vero partito degli italiani”, e un po’ per permettere al promettente Alessandro Cattaneo di prender possesso del MezzaBarba. Come essi stessi dichiarano confidano in lui, sicuri di trovar così un interlocutore più affine al loro programma e alle loro idee di quanto non si sia dimostrata Piera Capitelli, la quale però (Forza Nuova se l’è dimenticato?) è stata la prima sindaco di Pavia, col suo beneplacito, a ospitare all’interno della città una sede del partito di Fiore.
La riapertura della sede non deve spaventare chi ancora crede nei valori dell’antifascismo: questo evento dovrebbe anzi servire a rinvigorire gli animi, spingere quanti continuano a rifugiarsi dietro ad uno sterile antifascismo di facciata, sterile e finalizzato a raccogliere manciate di voti ripartite tra partiti che si autoproclamano più marxistamente puri di tutti gli altri, a tornare in piazza. In un momento in cui la sinistra istituzionale è totalmente assente (è il caso di dirlo!) e continua la sua agonia divorata dal cancro delle scissioni, i valori sociali devono essere nuovamente condivisi, fruiti da tutti; solo così, agendo su tutta la popolazione ed allargandosi orizzontalmente, è possibile sconfiggere il verbo fascista, subdolamente occultato con azioni a beneficio della società. E’ bene che tutti prendano coscienza del fatto che la società è composta da qualsiasi individuo, nato in qualsiasi angolo del mondo: nostra patria è il mondo intero!
Visualizzazione post con etichetta Numero 1 - Luglio 2009. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Numero 1 - Luglio 2009. Mostra tutti i post
sabato 10 aprile 2010
CRONOLOGIA DEGLI EPISODI DI VIOLENZA FASCISTA A PAVIA, 2001-2009 (n° 1 - luglio 2009)
2001
24 aprile - Alla vigilia del Venticinque aprile il Barattolo viene incendiato da ignoti che provocano danni per 40 milioni di lire.
11 maggio - Due giorni dopo un convegno alla presenza di Roberto Fiore, contestato da circa 200 antifascisti, uno di loro viene preso a pugni in un bar del centro.
2002
13 gennaio – Viene infranta la vetrina della sede pavese di Rifondazione comunista.
15 maggio – Un attivista antifascista cremonese, a Pavia per suonare con il suo gruppo al Barattolo, viene preso a calci e pugni e inseguito per le vie del centro.
3 ottobre – Un attivista del Csa La Sede di Vigevano viene aggredito da esponenti di Forza nuova in piazza della Vittoria. Lo stesso giorno i fascisti espongono una bandiera con croce celtica durante un presidio del Pavia social forum.
14 ottobre – Prima di un dibattito sull’antifascismo organizzato con l’Osservatorio democratico milanese, 40 fascisti si presentano al Barattolo, assediandolo e picchiando un ragazzo. Nessuno interviene.
Inoltre nel corso del 2002 i fascisti minacciano un musicista di colore della scuola dell’Audioshop, aggrediscono e minacciano alcuni liceali perché portano simboli antifascisti o perché li riconoscono dopo un corteo.
2003
19 gennaio – Uno studente universitario viene preso a calci per aver partecipato ad un presidio antifascista il giorno precedente.
20 gennaio – Esponenti del Barattolo vengono minacciati mentre entrano al cinema, un ragazzo che li difende viene aggredito a sua volta.
2 febbraio – Irruzione di membri di Forza nuova al Barattolo, che minacciano l’unica persona presente in quel momento. In città minacce di morte contro un membro di Rifondazione comunista.
23 marzo - 15 fascisti entrano al Barattolo durante una riunione a fare nuove minacce.
28 marzo - Al Barattolo è in programma un incontro sull’evoluzione delle nuove destre curata dall’Osservatorio antifascista pavese, alla presenza di Saverio Ferrari dell’Osservatorio democratico di Milano. Alle 22 scoppiano due bombe carta nei pressi del centro sociale. Dopo qualche minuto circa 30 fascisti cercano di entrare con spranghe e bastoni in mano. Gli antifascisti presenti riescono a tenere gli aggressori fuori dal cancello, attraverso il quale volano calci, pugni e oggetti lanciati da fuori. Quando arriva un attivista del Barattolo gli spaccano i vetri dell’auto e prendono per il collo la ragazza che viaggia con lui. La polizia dichiara di non avere forze sufficienti per intervenire. Una volta risolta la situazione, a tarda sera, un gruppo di fascisti passeggia indisturbato per la città.
30 marzo – Nei pressi della stazione uno studente presente il 28/3 viene preso a calci e pugni e riceve una bottigliata in testa che gli provoca un trauma cranico.
15 maggio – Un educatore della Casa del Giovane viene aggredito e colpito alla testa con un bastone, a pochi passi dal Pitbull shop.
7 ottobre – Aggredito un operaio della ERC/Necchi che era già stato accoltellato dai fascisti milanesi nell’occasione dell’omicidio di Davide Cesare del Centro sociale Orso.
21 ottobre – Aggressione ai danni del coordinatore dei Giovani comunisti ed altri studenti in un bar del centro.
2004
25 aprile – 3 fascisti espongono una bandiera della R.s.i. presso la chiesa di S.Maria alle Cacce e provocano con canti e saluti fascisti i cittadini intervenuti per porre fine alla scena. Vengono portati in questura ma il pomeriggio stesso insultano e aggrediscono un membro di Rifondazione durante un banchetto in centro.
7 maggio – Un membro dei Folletti urbani aggredito da tre fascisti in viale Matteotti e inseguito per la città.
2 giugno – Incendio doloso al Centro sociale La Sede di Vigevano.
24 giugno – Un attivista del Barattolo viene preso a pugni in Strada nuova.
25 giugno – Un gruppo di fascisti cerca di interrompere un dibattito con Saverio Ferrari in piazza della Vittoria. Vengono dispersi dalla polizia dopo l’intervento degli antifascisti che avanzavano per cacciarli via.
2 settembre – In piazza Duomo un attivista del Barattolo viene preso a sberle, a pugni e a calci da due fascisti, senza che nessuno intervenga in sua difesa.
29 novembre – Aggrediti alcuni membri del Coordinamento per il diritto allo studio e del Barattolo.
2005
15 luglio – Tocca alla macelleria islamica di galleria Manzoni, a cui di notte vengono distrutte la vetrina, le porte, il bancone, una cella frigorifera. Appiccato un incendio e sottratta merce per 8000 euro.
2006
11 marzo – Di ritorno da una manifestazione della Fiamma tricolore, tra fascisti pavesi se la prendono con due esponenti dei Giovani comunisti. Cercano di accoltellare il ragazzo e prendono a schiaffi la ragazza; i due riescono a evitare il peggio rifugiandosi in un locale.
2007
Maggio - Distrutta la porta di ingresso del Barattolo e lanciate pietre all’interno del cortile mentre erano presenti diversi ragazzi all’interno.
Settembre – Dopo lo sgombero della ex-Snia voluto dalla giunta Capitelli, una parte dei rom, in maggioranza bambini, trovano ospitalità a Pieve Porto Morone. Forza nuova organizza manifestazioni per cacciarli via. Vengono lanciati mattoni e pietre contro le finestre dell’edificio che ospita i rom.
2008
15 ottobre – Alcuni ragazzi che stanno andando a una festa organizzata dal Collettivo universitario autonomo al Barattolo vengono aggrediti e presi a pugni dai fascisti, davanti alla (ex) sede di Forza nuova in via dei Mille (come noto a pochi metri dal Barattolo). Circa 15 membri di Forza nuova si armano e accolgono i ragazzi arrivati a soccorrere i primi aggrediti, colpendoli con spranghe, mazze e tirapugni. 7 persone finiscono all’ospedale.
Novembre – In occasione di un’altra festa organizzata dal C.u.a. al Barattolo, la sede di Forza nuova rimane aperta e indisturbata. La sede chiuderà poi, ma solo temporaneamente.
2009
Marzo – Nuovi raid: frantumate le vetrine di alcuni negozi gestiti da immigrati e quella della sede del Pdci. Danneggiata e segnata da una svastica l’auto di un pizzaiolo straniero. Danneggiamenti alla lapide in ricordo di Ferruccio Ghinaglia in Borgo e a quella in ricordo dei caduti della Resistenza in via Fasolo. Inoltre compaiono nuove svastiche e scritte fasciste e razziste in giro per la città.
4 giugno – Forza nuova torna ad avere una sede, in via Vigentina, inaugurata alla presenza di Roberto Fiore.
24 aprile - Alla vigilia del Venticinque aprile il Barattolo viene incendiato da ignoti che provocano danni per 40 milioni di lire.
11 maggio - Due giorni dopo un convegno alla presenza di Roberto Fiore, contestato da circa 200 antifascisti, uno di loro viene preso a pugni in un bar del centro.
2002
13 gennaio – Viene infranta la vetrina della sede pavese di Rifondazione comunista.
15 maggio – Un attivista antifascista cremonese, a Pavia per suonare con il suo gruppo al Barattolo, viene preso a calci e pugni e inseguito per le vie del centro.
3 ottobre – Un attivista del Csa La Sede di Vigevano viene aggredito da esponenti di Forza nuova in piazza della Vittoria. Lo stesso giorno i fascisti espongono una bandiera con croce celtica durante un presidio del Pavia social forum.
14 ottobre – Prima di un dibattito sull’antifascismo organizzato con l’Osservatorio democratico milanese, 40 fascisti si presentano al Barattolo, assediandolo e picchiando un ragazzo. Nessuno interviene.
Inoltre nel corso del 2002 i fascisti minacciano un musicista di colore della scuola dell’Audioshop, aggrediscono e minacciano alcuni liceali perché portano simboli antifascisti o perché li riconoscono dopo un corteo.
2003
19 gennaio – Uno studente universitario viene preso a calci per aver partecipato ad un presidio antifascista il giorno precedente.
20 gennaio – Esponenti del Barattolo vengono minacciati mentre entrano al cinema, un ragazzo che li difende viene aggredito a sua volta.
2 febbraio – Irruzione di membri di Forza nuova al Barattolo, che minacciano l’unica persona presente in quel momento. In città minacce di morte contro un membro di Rifondazione comunista.
23 marzo - 15 fascisti entrano al Barattolo durante una riunione a fare nuove minacce.
28 marzo - Al Barattolo è in programma un incontro sull’evoluzione delle nuove destre curata dall’Osservatorio antifascista pavese, alla presenza di Saverio Ferrari dell’Osservatorio democratico di Milano. Alle 22 scoppiano due bombe carta nei pressi del centro sociale. Dopo qualche minuto circa 30 fascisti cercano di entrare con spranghe e bastoni in mano. Gli antifascisti presenti riescono a tenere gli aggressori fuori dal cancello, attraverso il quale volano calci, pugni e oggetti lanciati da fuori. Quando arriva un attivista del Barattolo gli spaccano i vetri dell’auto e prendono per il collo la ragazza che viaggia con lui. La polizia dichiara di non avere forze sufficienti per intervenire. Una volta risolta la situazione, a tarda sera, un gruppo di fascisti passeggia indisturbato per la città.
30 marzo – Nei pressi della stazione uno studente presente il 28/3 viene preso a calci e pugni e riceve una bottigliata in testa che gli provoca un trauma cranico.
15 maggio – Un educatore della Casa del Giovane viene aggredito e colpito alla testa con un bastone, a pochi passi dal Pitbull shop.
7 ottobre – Aggredito un operaio della ERC/Necchi che era già stato accoltellato dai fascisti milanesi nell’occasione dell’omicidio di Davide Cesare del Centro sociale Orso.
21 ottobre – Aggressione ai danni del coordinatore dei Giovani comunisti ed altri studenti in un bar del centro.
2004
25 aprile – 3 fascisti espongono una bandiera della R.s.i. presso la chiesa di S.Maria alle Cacce e provocano con canti e saluti fascisti i cittadini intervenuti per porre fine alla scena. Vengono portati in questura ma il pomeriggio stesso insultano e aggrediscono un membro di Rifondazione durante un banchetto in centro.
7 maggio – Un membro dei Folletti urbani aggredito da tre fascisti in viale Matteotti e inseguito per la città.
2 giugno – Incendio doloso al Centro sociale La Sede di Vigevano.
24 giugno – Un attivista del Barattolo viene preso a pugni in Strada nuova.
25 giugno – Un gruppo di fascisti cerca di interrompere un dibattito con Saverio Ferrari in piazza della Vittoria. Vengono dispersi dalla polizia dopo l’intervento degli antifascisti che avanzavano per cacciarli via.
2 settembre – In piazza Duomo un attivista del Barattolo viene preso a sberle, a pugni e a calci da due fascisti, senza che nessuno intervenga in sua difesa.
29 novembre – Aggrediti alcuni membri del Coordinamento per il diritto allo studio e del Barattolo.
2005
15 luglio – Tocca alla macelleria islamica di galleria Manzoni, a cui di notte vengono distrutte la vetrina, le porte, il bancone, una cella frigorifera. Appiccato un incendio e sottratta merce per 8000 euro.
2006
11 marzo – Di ritorno da una manifestazione della Fiamma tricolore, tra fascisti pavesi se la prendono con due esponenti dei Giovani comunisti. Cercano di accoltellare il ragazzo e prendono a schiaffi la ragazza; i due riescono a evitare il peggio rifugiandosi in un locale.
2007
Maggio - Distrutta la porta di ingresso del Barattolo e lanciate pietre all’interno del cortile mentre erano presenti diversi ragazzi all’interno.
Settembre – Dopo lo sgombero della ex-Snia voluto dalla giunta Capitelli, una parte dei rom, in maggioranza bambini, trovano ospitalità a Pieve Porto Morone. Forza nuova organizza manifestazioni per cacciarli via. Vengono lanciati mattoni e pietre contro le finestre dell’edificio che ospita i rom.
2008
15 ottobre – Alcuni ragazzi che stanno andando a una festa organizzata dal Collettivo universitario autonomo al Barattolo vengono aggrediti e presi a pugni dai fascisti, davanti alla (ex) sede di Forza nuova in via dei Mille (come noto a pochi metri dal Barattolo). Circa 15 membri di Forza nuova si armano e accolgono i ragazzi arrivati a soccorrere i primi aggrediti, colpendoli con spranghe, mazze e tirapugni. 7 persone finiscono all’ospedale.
Novembre – In occasione di un’altra festa organizzata dal C.u.a. al Barattolo, la sede di Forza nuova rimane aperta e indisturbata. La sede chiuderà poi, ma solo temporaneamente.
2009
Marzo – Nuovi raid: frantumate le vetrine di alcuni negozi gestiti da immigrati e quella della sede del Pdci. Danneggiata e segnata da una svastica l’auto di un pizzaiolo straniero. Danneggiamenti alla lapide in ricordo di Ferruccio Ghinaglia in Borgo e a quella in ricordo dei caduti della Resistenza in via Fasolo. Inoltre compaiono nuove svastiche e scritte fasciste e razziste in giro per la città.
4 giugno – Forza nuova torna ad avere una sede, in via Vigentina, inaugurata alla presenza di Roberto Fiore.
Etichette:
ANTIFASCISMO,
Numero 1 - Luglio 2009
LA RIVOLTA IN GRECIA E IL RICORDO DI ALEXIS GRIGOROPOULOS (n° 1 - luglio 2009)
A dicembre 2008 è scoppiata in Grecia una rivolta dei giovani che ha scosso non solo quel paese ma tutta l’Europa. In parecchi paesi sono state organizzate subito proteste contro l’assassinio dello studente Alexis Grigoropoulos da parte di un poliziotto, e in solidarietà con il movimento greco.
L’omicidio di Alexis è stato un fulmine per tutta la rabbia accumulata nella società greca, soprattutto dai giovani, che affrontano una situazione economica, sociale e politica molto simile a quella italiana.
Alexandros Grigoropoulos (Alexis) è stato assassinato davanti ad un bar del centro di Atene durante la serata del 6 dicembre dell’anno scorso. Il poliziotto responsabile ha dichiarato che non aveva l'intenzione di ucciderlo, che il fucile aveva fatto cilecca e che la pallottola ha colpito il marciapiede o un muro prima di ammazzare Alexis. Comunque, testimoni oculari affermano di avere visto il poliziotto (una ‘guardia speciale’) bersagliare il 15enne.
L’omicidio ha provocato una risposta di massa dei giovani e di tutta la società. La notte stessa dell'accaduto migliaia di persone si sono radunate in ogni città. Il giorno dopo e durante tutti i giorni successivi in decine di migliaia sono scesi per strada a protestare. Gli studenti hanno immediatamente occupato le università. Nelle scuole medie e superiori gli studenti si sono rifiutati di andare in classe. Ogni giorno hanno organizzato presidi e manifestazioni. Decine di questure sono state circondate da studenti che denunciavano l'assassinio.
La polizia ha represso le manifestazioni utilizzando armi chimiche come il gas lacrimogeno per mantenere il controllo delle masse. Il ministro dell’Istruzione è stato costretto a interrompere le lezioni e ad organizzare gite, picnic e visite educative per distrarre l'attenzione degli studenti dalle proteste e per allontanarli dalle manifestazioni. Scontri giornalieri sono scoppiati fra giovani e polizia. Più importante, però, è stato l’ampio sostegno dell’intera società alla lotta della gioventù. A più riprese la gente comune ed i pensionati hanno gridato e gettato oggetti dai balconi contro la polizia che inseguiva i giovani. Per proteggere i giovani e per solidarizzare, la gente si è intromessa fra loro e la polizia.
È’ evidente che l'assassinio isolato non avrebbe creato un disagio sociale e una rivolta della gioventù di questa ampiezza. Ci sono cause molto più profonde, radicate nelle condizioni sociali che affrontano la gioventù e la classe lavoratrice.
L’omicidio di Alexis è stato un fulmine per tutta la rabbia accumulata nella società greca, soprattutto dai giovani, che affrontano una situazione economica, sociale e politica molto simile a quella italiana.
Alexandros Grigoropoulos (Alexis) è stato assassinato davanti ad un bar del centro di Atene durante la serata del 6 dicembre dell’anno scorso. Il poliziotto responsabile ha dichiarato che non aveva l'intenzione di ucciderlo, che il fucile aveva fatto cilecca e che la pallottola ha colpito il marciapiede o un muro prima di ammazzare Alexis. Comunque, testimoni oculari affermano di avere visto il poliziotto (una ‘guardia speciale’) bersagliare il 15enne.
L’omicidio ha provocato una risposta di massa dei giovani e di tutta la società. La notte stessa dell'accaduto migliaia di persone si sono radunate in ogni città. Il giorno dopo e durante tutti i giorni successivi in decine di migliaia sono scesi per strada a protestare. Gli studenti hanno immediatamente occupato le università. Nelle scuole medie e superiori gli studenti si sono rifiutati di andare in classe. Ogni giorno hanno organizzato presidi e manifestazioni. Decine di questure sono state circondate da studenti che denunciavano l'assassinio.
La polizia ha represso le manifestazioni utilizzando armi chimiche come il gas lacrimogeno per mantenere il controllo delle masse. Il ministro dell’Istruzione è stato costretto a interrompere le lezioni e ad organizzare gite, picnic e visite educative per distrarre l'attenzione degli studenti dalle proteste e per allontanarli dalle manifestazioni. Scontri giornalieri sono scoppiati fra giovani e polizia. Più importante, però, è stato l’ampio sostegno dell’intera società alla lotta della gioventù. A più riprese la gente comune ed i pensionati hanno gridato e gettato oggetti dai balconi contro la polizia che inseguiva i giovani. Per proteggere i giovani e per solidarizzare, la gente si è intromessa fra loro e la polizia.
È’ evidente che l'assassinio isolato non avrebbe creato un disagio sociale e una rivolta della gioventù di questa ampiezza. Ci sono cause molto più profonde, radicate nelle condizioni sociali che affrontano la gioventù e la classe lavoratrice.
Etichette:
GRECIA,
Numero 1 - Luglio 2009
RACONTI PARTIGIANI - INTERVISTA A UMBERTO RESPIZZI (n° 1 - luglio 2009)
Abbiamo intervistato Umberto Respizzi, "Luccio", ex operaio Necchi e combattente in Oltrepò pavese nella brigata "Rino Balladore"
QUANDO HA FATTO LA SCELTA DI ENTRARE NELLA RESISTENZA?
Il 9 settembre del ‘43 ero già partigiano, avevo 12 anni. Avevo uno zio che era comunista, era stato in galera, quando arrivava qualche gerarca fascista a Pavia lo mettevano in galera, e lo pestavano da 5 giorni prima a 5 giorni dopo. Due fratelli di mia madre e un cugino erano morti nella guerra ‘15/’18, a 18 anni. Uno era stato fucilato per diserzione, la seconda volta che scappava. In famiglia non c'erano fascisti, erano tutti contro e sono venuto su con quella mentalità lì. Allora andavo all'oratorio san Luigi, in via Menocchio, a giocare a pallone. C'era un ragazzo che abitava vicino all'ex caserma Rossani, in via Riviera, che confinava con la boscaglia. Questa ragazzo che veniva lì a giocare mi ha detto: lì i soldati buttano via le armi, in questa boscaglia. Siamo andati e la boscaglia era piena, pistole, pezzi di pistole. Le buttavano prima di scappare. Allora andavamo lì a recuperare la roba, poi la portavo da mio zio e da un altro suo compagno, a porta Calcinara, fatte su in un sacco. Ecco, questa è la mia prima azione da partigiano. Perchè la Resistenza non erano solo i partigiani in montagna, la Resistenza era la gente che ti aiutava, che chiudeva gli occhi, che faceva finta di niente. Ad esempio quando ero già in Oltrepo mi hanno mandato a Broni a incontrare una donna, del Partito socialista, che si scoprì che era una spia, che doveva darci una busta. Sapevo che doveva arrivare con tre uomini che dovevano entrare nei partigiani. Io li ho visti, anche se c’era buio, erano già ammanettati, e c'erano altri due o tre in borghese, vestiti bene, e ho capito che erano fascisti che mi aspettavano. Sono scappato, hanno sparato due colpi, al buio. Sulla strada c'era un uomo con la bicicletta. Non sapeva chi ero, ma aveva capito, e mi ha lasciato la bicicletta. Quella era la Resistenza.
A CHE ETA' E' PARTITO?
Tredici anni. Sembravo più grande, ma comunque facevano buoni tutti. Siamo partiti in due con una bicicletta, sono arrivato a Pinarolo Po da uno zio, e poi siamo saliti in collina. Sapevamo di dover arrivare al Carmine. Ho scoperto che il comandante della zona era un mio vicino di casa, il ragionier Truffi, che abitava a Pavia, a 50 metri da me.
IN CHE BRIGATA?
Brigata "Rino Balladore", erano tre distaccamenti. Ma non c'era niente di fisso, era tutto su basi volontarie, diversi Partigiani cambiavano brigata, lasciavano giù l'arma e andavano. La mia prima tessera era del "Battaglione autonomo Rino Balladore", Quarta divisione Gramsci. Truffi era vicecomandante della Matteotti, poi la nostra si è costituita come autonoma. Aiuti non ne avevi, se sei autonomo ti arrangi. A livello militare l'addestramento infatti è stato molto poco: mi hanno fatto sparare sei colpi con un moschetto da carabiniere a dei barattoli di latta appesi ai rami degli alberi. Anche se c'era un certo Folgore, che aveva fatto il militare, era un artificiere, e insisteva, voleva che ci fosse un po' di disciplina: pulire le armi eccetera, fare un addestramento.
HA PERSO MOLTI COMPAGNI?
Nella mia brigata ho perso due compagni, ma abbiamo avuto dei dispersi, che poi dopo la guerra non sono stati più cercati. Poi dopo il 25 Aprile, siamo stati a Pavia, poi a Milano e di nuovo a Pavia. Il 28 ottobre del ‘45 ci hanno detto di consegnare le armi, ci hanno dato 12mila lire, una coperta, del cotone per camicia e un paio di scarponi militari nuovi. E han detto: andate a casa. Quando abbiamo consegnato le armi c'era un tenente americano, che diceva: voi avete fatto la guerra con queste armi? Non ci credo. Erano tutte vecchie. Poi è arrivata l'amnistia Togliatti. Si sono nascoste delle armi, ma arrivavano le chiamate ai carabinieri che infatti hanno trovato tutti i magazzini.
COME E’ STATA PER LEI LA VIGILIA DEL 25 APRILE?
A noi non avevano detto che era l'insurrezione. Noi dovevamo prendere la caserma di Casteggio, e lì abbiamo avuto non un morto, ma quasi. Magari i comandanti sapevano, noi pensavamo solo a prendere la caserma. Era il 26 aprile. Ci avevano detto che i fascisti erano scappati, invece erano là che ci aspettavano. Nessuno di noi era di Casteggio, non sapevamo bene dov’era questa caserma, siamo arrivati lì sotto di notte, con la pioggia, e i fascisti si sono messi a sparare. Ci sono stati 3 feriti, un mio compagno ha preso una raffica sotto la pancia, 7 colpi, è rimasto in punto di morte un mese, l’hanno salvato ma è rimasto invalido. E dopo due anni non aveva ancora visto uno straccio di pensione, poi è morto nel ‘51. Dopo la Liberazione, la cosa bella è stata la felicità che c'era in giro, la gente che ci applaudiva. Siccome ero un ragazzo mi mettevano in testa quando sfilavamo nei paesi, allora c'erano queste ragazze che mi abbracciavano, la gente che ti invitava in casa. Si diceva: adesso cambia tutto, cambia tutto. Non è cambiato niente.
A PROPOSITO DI QUESTO, COSA PENSA DELLE PERSECUZIONI VERSO I PARTIGIANI?
Ecco, poi c'è stata la rivincita dei fascisti. Come dice Giorgio Bocca, l'Italia è per metà un paese fascista. Era in mano ai fascisti ed è rimasto in mano ai fascisti. Per fare un esempio, la prima volta che sono venuto a Pavia dopo, vado al Broletto dove c'era la sede del partito e dell'Anpi, e vedo un certo Maestri con la macchina del partito. Maestri era nella Guardia nazionale repubblicana! Mi dicono che è il nipote del responsabile della federazione comunista.
CHE RUOLO AVEVA IL PC IN OLTREPO?
Da noi praticamente non c'era. A me e a qualche altro hanno fatto la tessera, in sei nella brigata. Ma non abbiamo mai fatto riunioni, lì la gente non parlava di politica. In altre regioni, come in Emilia, o certa gente politicizzata sì, ma noi eravamo tutti giovani, io avevo quattordici anni, alcuni quindici, altri diciotto, gente di leva. A noi non hanno mai fatto lezioni politiche. Si portava la falce e il martello, c'erano le canzoni eccetera, ma la Russia era qualcosa di lontano. La Resistenza forse doveva durare di più, e fare le scuole, non tanto di partito ma di preparazione alla vita democratica. C'era confusione, mi ricordo uno che diceva di essere “comunista badogliano”. Io sono stato iscritto per due anni al Partito comunista, poi sono uscito: non riuscivo a capire perché, ma capivo che cambiava, mentre io sarei tornato in montagna.
COM’ERA LA VITA IN COLLINA?
Per mangiare si mangiava. Si mangiava pane bianco, che in pianura era impensabile, e carne ce n’era. Poi capitava il giorno che non si mangiava. Di solito dormivamo nelle stalle. Per capire se uno era fascista, una spia, guardavamo il collo della camicia e le calze, per vedere da quanto lontano poteva arrivare. Per noi partigiani era un attimo, bastava annusarci. Poi ci si divertiva, per me il fatto di essere considerato grande era il massimo. C’era una eguaglianza di base e tutti si interessavano agli altri. Quando c’è stato il rastrellamento dei “mongoli” c’era un metro di neve, e nella neve io camminavo nelle orme degli altri, e viaggiavo, infatti mi chiamavano Luccio, perché il luccio è un pesce svelto. Ma quando avevo bisogno c’erano quelli che mi aiutavano. Una volta durante un’azione sono rimasto solo e uno è tornato indietro a prendermi: avevano dato l’ordine di ritirarsi e io non avevo sentito. Sono momenti nella vita che ti colpiscono, che non puoi dimenticare. Ti sentivi un altro, ti sentivi libero, c’era speranza. E vedevi il sostegno della gente, ci volevano bene. Quando passavi nei paesi ti davano un pezzo di pane, una fetta di lardo, un bicchierone di vino. E non avevano niente, andavi in certe case che erano poverissime, e capivano che avevi bisogno. Invece adesso se vai su appena vedono uno che non conoscono chiamano il 113. Oggi sarebbe impensabile la Resistenza, la gente è diversa.
COSA NE PENSA DELL'ITALIA DI OGGI?
C'è da andare all'estero. Io ce l'ho con la povera gente, perchè i voti Berlusconi li becca dai poveri, perchè chi ha un minimo di cultura non vota Berlusconi. Lo vedi dai seggi elettorali, nel mio collegio siamo tutti operai o ex operai, e Berlusconi ha il 60%.
VEDE IL RISCHIO DI UN RITORNO ALLA DITTATURA?
Sì, secondo me siamo all'inizio. Guarda queste leggi. Quando uno ti dice che io non ti posso processare perchè sei presidente del consiglio, sei un dittatore. Forse non ce l'aveva neanche Ceausescu.
COSA NE PENSA DELL'ANPI? E COME E’ CAMBIATA NEGLI ANNI?
L'Anpi è nata bene. Poi si è arrivati al punto da fare i presidenti a rotazione: due anni il comunista, due anni il socialista eccetera. E' un'associazione di reduci, che poi si è chiusa. Per esempio io ho proposto di aprire il tesseramento ai giovani, ma hanno detto che se volevano i giovani potevano iscriversi, ma senza avere diritto di voto. Quindi è rimasta un'associazione di reduci, e è sbagliata questa cosa, ora sta morendo l'Anpi. Adesso per esempio hanno tirato dentro nel direttivo gli storici. Non i giovani, ma gli storici.
LA POLITICA CHE FA OGGI E' TROPPO MODERATA?
L'Anpi in un certo momento aveva dentro Taviani, ministro degli interni democristiano, partigiano, che poi si è scoperto che era l'autore del famoso armadio della vergogna, con tutte le documentazioni delle stragi fasciste nascoste. Le ha nascoste Taviani, partigiano, e l'Anpi niente. Per quanto riguarda Pavia, ho scoperto che un mio compagno della Necchi era stato nelle SS alla Risiera di San Sabba, e che il governo iugoslavo aveva chiesto l'estradizione. Sono stato l'unico a dir qualcosa. Siccome aveva preso la tessera del Pc, dicevano: insomma, è un compagno, è un operaio, bisogna capire, era giovane. E invece sono morti dei fascisti anche inutilmente. Mi ricordo Turati, un ragazzo di 15 anni, che era nella Sicherheit a Broni. Ha fatto 6 mesi di galera e poi è uscito. Io gli avevo detto di non farsi vedere più in giro. Qui a Pavia l'hanno fatto fuori, gli hanno sparato. Invece i pezzi grossi non sono stati toccati. Dopo il 25 Aprile ci sono state pochissime condanne a morte per i fascisti, e hanno pagato soprattutto gli stracci, gli ultimi.
IN OLTREPO CHE GRUPPI FASCISTI C’ERANO?
In Oltrepo tra i vari gruppi c'era questo Sicherheit, “servizio di sicurezza tedesco” (formato da italiani), che era una banda, non avevano inquadramento militare, venivano da tutti i corpi. Disertavano dai loro corpi per andare nella Sicherheit, perché prendevano 2500 lire al mese, quando c’era la canzone “se potessi avere 1000 lire al mese”, erano pagati bene. Non erano organizzati, militarmente quando hanno tentato qualche puntata le hanno prese. Facevano da polizia, avevano le spie, torturavano e uccidevano, ma non era un corpo militare, andavano senza divisa. Ma ne hanno lasciati di morti. A Cigognola torturavano i partigiani, poi li mettevano su un camion, li portavano in diversi paesi, gli sparavano e li lasciavano sulla strada con un cartello con scritto che erano partigiani e che nessuno doveva toccare i corpi per tre giorni. Da lì si sono salvati in pochi: una era una donna, era moglie di un partigiano, l’hanno violentata per tre mesi e poi quando è uscita l’hanno dovuta mandare in manicomio per un anno. La gente di Cigognola sentiva le urla dei partigiani torturati che uscivano dal castello, specialmente di sera. Li tenevano nelle gabbie per i maiali. Alcuni li hanno buttati ancora vivi nei pozzi. Hanno ammazzato anche gente che non c’entrava niente, hanno ammazzato per scommessa, come al tiro a segno, un bambino di nove anni. Dopo il rastrellamento fatto dai “mongoli” (la 162esima divisione tedesca “Turkestan”) gli ufficiali tedeschi gli hanno lasciato carta bianca per due giorni. Hanno violentato tutti, dalle bambine di 12 anni alle donne di 70. A Zavattarello, nella scuola, hanno portato una sessantina di donne, e i mongoli che passavano facevano una sosta. E fuori c’erano i fascisti a far la guardia. I fascisti non erano combattenti, erano bestie. Ci sono stati dei paesi in cui hanno fatto dei massacri, per esempio a San Damiano, che era considerato un covo di comunisti. Sono andati quando c’era la festa del paese, sono saltati giù da un camion e hanno iniziato a sparare: hanno ammazzato 7 civili, anche una bambina. O nel piacentino, hanno cercato di assalire il Valoroso alla “rocca”, siamo arrivati noi e Giustizia e libertà e i fascisti si sono ritirati. Lì abbiamo avuto tanti morti. Nel ritirarsi sono passati dal paese di Stra, che non era neanche zona partigiana, da dove erano scappati quasi tutti, erano rimasti un vecchio, un paralitico con la moglie, una donna con un bambino di sei mesi e pochi altri. Li hanno ammazzati tutti. Poi dicono che siamo tutti uguali. Non possiamo essere uguali, non può esserci una riconciliazione.
QUANDO HA FATTO LA SCELTA DI ENTRARE NELLA RESISTENZA?
Il 9 settembre del ‘43 ero già partigiano, avevo 12 anni. Avevo uno zio che era comunista, era stato in galera, quando arrivava qualche gerarca fascista a Pavia lo mettevano in galera, e lo pestavano da 5 giorni prima a 5 giorni dopo. Due fratelli di mia madre e un cugino erano morti nella guerra ‘15/’18, a 18 anni. Uno era stato fucilato per diserzione, la seconda volta che scappava. In famiglia non c'erano fascisti, erano tutti contro e sono venuto su con quella mentalità lì. Allora andavo all'oratorio san Luigi, in via Menocchio, a giocare a pallone. C'era un ragazzo che abitava vicino all'ex caserma Rossani, in via Riviera, che confinava con la boscaglia. Questa ragazzo che veniva lì a giocare mi ha detto: lì i soldati buttano via le armi, in questa boscaglia. Siamo andati e la boscaglia era piena, pistole, pezzi di pistole. Le buttavano prima di scappare. Allora andavamo lì a recuperare la roba, poi la portavo da mio zio e da un altro suo compagno, a porta Calcinara, fatte su in un sacco. Ecco, questa è la mia prima azione da partigiano. Perchè la Resistenza non erano solo i partigiani in montagna, la Resistenza era la gente che ti aiutava, che chiudeva gli occhi, che faceva finta di niente. Ad esempio quando ero già in Oltrepo mi hanno mandato a Broni a incontrare una donna, del Partito socialista, che si scoprì che era una spia, che doveva darci una busta. Sapevo che doveva arrivare con tre uomini che dovevano entrare nei partigiani. Io li ho visti, anche se c’era buio, erano già ammanettati, e c'erano altri due o tre in borghese, vestiti bene, e ho capito che erano fascisti che mi aspettavano. Sono scappato, hanno sparato due colpi, al buio. Sulla strada c'era un uomo con la bicicletta. Non sapeva chi ero, ma aveva capito, e mi ha lasciato la bicicletta. Quella era la Resistenza.
A CHE ETA' E' PARTITO?
Tredici anni. Sembravo più grande, ma comunque facevano buoni tutti. Siamo partiti in due con una bicicletta, sono arrivato a Pinarolo Po da uno zio, e poi siamo saliti in collina. Sapevamo di dover arrivare al Carmine. Ho scoperto che il comandante della zona era un mio vicino di casa, il ragionier Truffi, che abitava a Pavia, a 50 metri da me.
IN CHE BRIGATA?
Brigata "Rino Balladore", erano tre distaccamenti. Ma non c'era niente di fisso, era tutto su basi volontarie, diversi Partigiani cambiavano brigata, lasciavano giù l'arma e andavano. La mia prima tessera era del "Battaglione autonomo Rino Balladore", Quarta divisione Gramsci. Truffi era vicecomandante della Matteotti, poi la nostra si è costituita come autonoma. Aiuti non ne avevi, se sei autonomo ti arrangi. A livello militare l'addestramento infatti è stato molto poco: mi hanno fatto sparare sei colpi con un moschetto da carabiniere a dei barattoli di latta appesi ai rami degli alberi. Anche se c'era un certo Folgore, che aveva fatto il militare, era un artificiere, e insisteva, voleva che ci fosse un po' di disciplina: pulire le armi eccetera, fare un addestramento.
HA PERSO MOLTI COMPAGNI?
Nella mia brigata ho perso due compagni, ma abbiamo avuto dei dispersi, che poi dopo la guerra non sono stati più cercati. Poi dopo il 25 Aprile, siamo stati a Pavia, poi a Milano e di nuovo a Pavia. Il 28 ottobre del ‘45 ci hanno detto di consegnare le armi, ci hanno dato 12mila lire, una coperta, del cotone per camicia e un paio di scarponi militari nuovi. E han detto: andate a casa. Quando abbiamo consegnato le armi c'era un tenente americano, che diceva: voi avete fatto la guerra con queste armi? Non ci credo. Erano tutte vecchie. Poi è arrivata l'amnistia Togliatti. Si sono nascoste delle armi, ma arrivavano le chiamate ai carabinieri che infatti hanno trovato tutti i magazzini.
COME E’ STATA PER LEI LA VIGILIA DEL 25 APRILE?
A noi non avevano detto che era l'insurrezione. Noi dovevamo prendere la caserma di Casteggio, e lì abbiamo avuto non un morto, ma quasi. Magari i comandanti sapevano, noi pensavamo solo a prendere la caserma. Era il 26 aprile. Ci avevano detto che i fascisti erano scappati, invece erano là che ci aspettavano. Nessuno di noi era di Casteggio, non sapevamo bene dov’era questa caserma, siamo arrivati lì sotto di notte, con la pioggia, e i fascisti si sono messi a sparare. Ci sono stati 3 feriti, un mio compagno ha preso una raffica sotto la pancia, 7 colpi, è rimasto in punto di morte un mese, l’hanno salvato ma è rimasto invalido. E dopo due anni non aveva ancora visto uno straccio di pensione, poi è morto nel ‘51. Dopo la Liberazione, la cosa bella è stata la felicità che c'era in giro, la gente che ci applaudiva. Siccome ero un ragazzo mi mettevano in testa quando sfilavamo nei paesi, allora c'erano queste ragazze che mi abbracciavano, la gente che ti invitava in casa. Si diceva: adesso cambia tutto, cambia tutto. Non è cambiato niente.
A PROPOSITO DI QUESTO, COSA PENSA DELLE PERSECUZIONI VERSO I PARTIGIANI?
Ecco, poi c'è stata la rivincita dei fascisti. Come dice Giorgio Bocca, l'Italia è per metà un paese fascista. Era in mano ai fascisti ed è rimasto in mano ai fascisti. Per fare un esempio, la prima volta che sono venuto a Pavia dopo, vado al Broletto dove c'era la sede del partito e dell'Anpi, e vedo un certo Maestri con la macchina del partito. Maestri era nella Guardia nazionale repubblicana! Mi dicono che è il nipote del responsabile della federazione comunista.
CHE RUOLO AVEVA IL PC IN OLTREPO?
Da noi praticamente non c'era. A me e a qualche altro hanno fatto la tessera, in sei nella brigata. Ma non abbiamo mai fatto riunioni, lì la gente non parlava di politica. In altre regioni, come in Emilia, o certa gente politicizzata sì, ma noi eravamo tutti giovani, io avevo quattordici anni, alcuni quindici, altri diciotto, gente di leva. A noi non hanno mai fatto lezioni politiche. Si portava la falce e il martello, c'erano le canzoni eccetera, ma la Russia era qualcosa di lontano. La Resistenza forse doveva durare di più, e fare le scuole, non tanto di partito ma di preparazione alla vita democratica. C'era confusione, mi ricordo uno che diceva di essere “comunista badogliano”. Io sono stato iscritto per due anni al Partito comunista, poi sono uscito: non riuscivo a capire perché, ma capivo che cambiava, mentre io sarei tornato in montagna.
COM’ERA LA VITA IN COLLINA?
Per mangiare si mangiava. Si mangiava pane bianco, che in pianura era impensabile, e carne ce n’era. Poi capitava il giorno che non si mangiava. Di solito dormivamo nelle stalle. Per capire se uno era fascista, una spia, guardavamo il collo della camicia e le calze, per vedere da quanto lontano poteva arrivare. Per noi partigiani era un attimo, bastava annusarci. Poi ci si divertiva, per me il fatto di essere considerato grande era il massimo. C’era una eguaglianza di base e tutti si interessavano agli altri. Quando c’è stato il rastrellamento dei “mongoli” c’era un metro di neve, e nella neve io camminavo nelle orme degli altri, e viaggiavo, infatti mi chiamavano Luccio, perché il luccio è un pesce svelto. Ma quando avevo bisogno c’erano quelli che mi aiutavano. Una volta durante un’azione sono rimasto solo e uno è tornato indietro a prendermi: avevano dato l’ordine di ritirarsi e io non avevo sentito. Sono momenti nella vita che ti colpiscono, che non puoi dimenticare. Ti sentivi un altro, ti sentivi libero, c’era speranza. E vedevi il sostegno della gente, ci volevano bene. Quando passavi nei paesi ti davano un pezzo di pane, una fetta di lardo, un bicchierone di vino. E non avevano niente, andavi in certe case che erano poverissime, e capivano che avevi bisogno. Invece adesso se vai su appena vedono uno che non conoscono chiamano il 113. Oggi sarebbe impensabile la Resistenza, la gente è diversa.
COSA NE PENSA DELL'ITALIA DI OGGI?
C'è da andare all'estero. Io ce l'ho con la povera gente, perchè i voti Berlusconi li becca dai poveri, perchè chi ha un minimo di cultura non vota Berlusconi. Lo vedi dai seggi elettorali, nel mio collegio siamo tutti operai o ex operai, e Berlusconi ha il 60%.
VEDE IL RISCHIO DI UN RITORNO ALLA DITTATURA?
Sì, secondo me siamo all'inizio. Guarda queste leggi. Quando uno ti dice che io non ti posso processare perchè sei presidente del consiglio, sei un dittatore. Forse non ce l'aveva neanche Ceausescu.
COSA NE PENSA DELL'ANPI? E COME E’ CAMBIATA NEGLI ANNI?
L'Anpi è nata bene. Poi si è arrivati al punto da fare i presidenti a rotazione: due anni il comunista, due anni il socialista eccetera. E' un'associazione di reduci, che poi si è chiusa. Per esempio io ho proposto di aprire il tesseramento ai giovani, ma hanno detto che se volevano i giovani potevano iscriversi, ma senza avere diritto di voto. Quindi è rimasta un'associazione di reduci, e è sbagliata questa cosa, ora sta morendo l'Anpi. Adesso per esempio hanno tirato dentro nel direttivo gli storici. Non i giovani, ma gli storici.
LA POLITICA CHE FA OGGI E' TROPPO MODERATA?
L'Anpi in un certo momento aveva dentro Taviani, ministro degli interni democristiano, partigiano, che poi si è scoperto che era l'autore del famoso armadio della vergogna, con tutte le documentazioni delle stragi fasciste nascoste. Le ha nascoste Taviani, partigiano, e l'Anpi niente. Per quanto riguarda Pavia, ho scoperto che un mio compagno della Necchi era stato nelle SS alla Risiera di San Sabba, e che il governo iugoslavo aveva chiesto l'estradizione. Sono stato l'unico a dir qualcosa. Siccome aveva preso la tessera del Pc, dicevano: insomma, è un compagno, è un operaio, bisogna capire, era giovane. E invece sono morti dei fascisti anche inutilmente. Mi ricordo Turati, un ragazzo di 15 anni, che era nella Sicherheit a Broni. Ha fatto 6 mesi di galera e poi è uscito. Io gli avevo detto di non farsi vedere più in giro. Qui a Pavia l'hanno fatto fuori, gli hanno sparato. Invece i pezzi grossi non sono stati toccati. Dopo il 25 Aprile ci sono state pochissime condanne a morte per i fascisti, e hanno pagato soprattutto gli stracci, gli ultimi.
IN OLTREPO CHE GRUPPI FASCISTI C’ERANO?
In Oltrepo tra i vari gruppi c'era questo Sicherheit, “servizio di sicurezza tedesco” (formato da italiani), che era una banda, non avevano inquadramento militare, venivano da tutti i corpi. Disertavano dai loro corpi per andare nella Sicherheit, perché prendevano 2500 lire al mese, quando c’era la canzone “se potessi avere 1000 lire al mese”, erano pagati bene. Non erano organizzati, militarmente quando hanno tentato qualche puntata le hanno prese. Facevano da polizia, avevano le spie, torturavano e uccidevano, ma non era un corpo militare, andavano senza divisa. Ma ne hanno lasciati di morti. A Cigognola torturavano i partigiani, poi li mettevano su un camion, li portavano in diversi paesi, gli sparavano e li lasciavano sulla strada con un cartello con scritto che erano partigiani e che nessuno doveva toccare i corpi per tre giorni. Da lì si sono salvati in pochi: una era una donna, era moglie di un partigiano, l’hanno violentata per tre mesi e poi quando è uscita l’hanno dovuta mandare in manicomio per un anno. La gente di Cigognola sentiva le urla dei partigiani torturati che uscivano dal castello, specialmente di sera. Li tenevano nelle gabbie per i maiali. Alcuni li hanno buttati ancora vivi nei pozzi. Hanno ammazzato anche gente che non c’entrava niente, hanno ammazzato per scommessa, come al tiro a segno, un bambino di nove anni. Dopo il rastrellamento fatto dai “mongoli” (la 162esima divisione tedesca “Turkestan”) gli ufficiali tedeschi gli hanno lasciato carta bianca per due giorni. Hanno violentato tutti, dalle bambine di 12 anni alle donne di 70. A Zavattarello, nella scuola, hanno portato una sessantina di donne, e i mongoli che passavano facevano una sosta. E fuori c’erano i fascisti a far la guardia. I fascisti non erano combattenti, erano bestie. Ci sono stati dei paesi in cui hanno fatto dei massacri, per esempio a San Damiano, che era considerato un covo di comunisti. Sono andati quando c’era la festa del paese, sono saltati giù da un camion e hanno iniziato a sparare: hanno ammazzato 7 civili, anche una bambina. O nel piacentino, hanno cercato di assalire il Valoroso alla “rocca”, siamo arrivati noi e Giustizia e libertà e i fascisti si sono ritirati. Lì abbiamo avuto tanti morti. Nel ritirarsi sono passati dal paese di Stra, che non era neanche zona partigiana, da dove erano scappati quasi tutti, erano rimasti un vecchio, un paralitico con la moglie, una donna con un bambino di sei mesi e pochi altri. Li hanno ammazzati tutti. Poi dicono che siamo tutti uguali. Non possiamo essere uguali, non può esserci una riconciliazione.
Etichette:
ANTIFASCISMO,
Numero 1 - Luglio 2009
UN ANNO DI LOTTA ALLA INNSE DI LAMBRATE (n° 1 - luglio 2009)
Dal maggio 2008 gli operai della Innse Presse di Lambrate sono in lotta per difendere il loro posto di lavoro. Il padrone, Genta, anche se la fabbrica era in attivo e c’era un industriale pronto a rilevarla, ha deciso di fermare l’officina, per vendere i macchinari, svuotare il capannone e lasciare l’area libera all’immobiliare Aedes. Gli operai sono in presidio permanente perché Genta non si porti via le macchine e la produzione possa riprendere. Attraverso i loro comunicati abbiamo ricostruito un anno di lotta.
Tutto ha inizio il 31 maggio 2008 - Dopo aver ricevuto le raccomandate dall’azienda che comunica l’apertura della procedura di mobilità, gli operai si radunano davanti ai cancelli chiusi della fabbrica, occupano lo stabilimento e proclamano assemblea permanente.
3 giugno - Gli operai decidono di continuare a lavorare contro l’imposizione di Genta, il padrone, che vuol fermare l’officina.
25 agosto - Genta conclude la procedura licenziando tutti gli operai, pur avendo davanti un industriale bresciano pronto a rilevare la INNSE. La Commissione regionale non può far altro che registrare il mancato accordo ed aprire la mobilità.
10 settembre – Giorno di paga, non arriva un euro, eppure nella lettera di licenziamento è scritto che avrebbe pagato il preavviso. La risposta e’ immediata, blocco di via Rubattino per tutto il giorno.
17 settembre - All’alba, alle 05:30, la forza pubblica entra in fabbrica, mette alla porta gli operai che presidiavano lo stabilimento di notte, blocca l’entrata del primo turno. La fabbrica è messa sotto sequestro. Un fatto nuovo, agli operai viene impedito con la forza il “poter lavorare”.
31 ottobre - Da un mese e mezzo i lavoratori della INNSE sono accampati vicino alla portineria. Presidiano la fabbrica che è sotto sequestro. Non vogliono che qualcuno metta le mani sui macchinari e smantelli l’officina. Genta non vuole rinunciare al suo affare: vendersi le macchine e svuotare il capannone. L’AEDES, l’immobiliare, spinge per avere l’area libera. Ora sono i palazzinari che chiudono la fabbrica. ORMIS, il potenziale acquirente, dichiara che è disposto ad acquisire ma la trattativa è ferma. Le istituzioni continuano ad “attivarsi”, ma il freddo è iniziato. Gli operai e gli impiegati sono decisi a resistere, arriverà la primavera.
5 dicembre – L’AEDES, proprietaria del terreno, sull’orlo del fallimento (meno 86% in borsa dall’inizio dell’anno) vuol chiudere una fabbrica che può riprendere a lavorare il giorno stesso.
10 dicembre - Il giorno più duro. Il giudice dissequestra lo stabilimento e lo consegna a Genta. Gli operai cercano di occupare nuovamente l’officina, ma sono respinti dalla Polizia. Entrano le guardie del padrone e installano le telecamere. La situazione è fra il ridicolo e il tragico. Le guardie controllano gli operai, gli operai controllano le guardie e tutti sotto la vigile presenza delle forze dell’ordine. Inizia da qui il tentativo di Genta di svuotare l’officina.
14 gennaio 2009 - Davanti ai cancelli non ci sono solo gli operai e gli impiegati della INNSE, ma anche delegazioni di altre fabbriche, giovani mobilitati dai centri sociali, esponenti politici che per solidarietà si incatenano ai cancelli. Gli operai della INNSE resistono, il presidio è ancora forte, il loro obiettivo è tornare a lavorare, se Genta vuole il braccio di ferro li troverà in portineria. La vicenda si può solo chiudere facendo lavorare la fabbrica che ha commesse e acquirente. Scontri con la polizia.
10 febbraio - Alle 4.50 20 camionette delle forze dell'ordine si presentano ai cancelli. Si dividono tra l'ingresso principale (quello legittimo) e i cancelli sul retro della fabbrica (quello dei ladri). Genta entra come un ladro, dal retro, in maniera subdola e usando la violenza delle forze dell'ordine per contrastare gli operai. Lui stesso con una ruspa sfonda i cancelli togliendo tutto quello che è stato messo davanti per impedirgli l'entrata. Sono le 6:00, quando inizia il primo scontro con le forze dell'ordine, con le prime cariche dove, oltre a schivare i manganelli, chi cade viene manganellato senza pietà, persino due pensionati che hanno portato la loro solidarietà. Alla richiesta di far entrare un delegato della R.S.U. e un delegato del sindacato per controllare che Genta non stia smontando i macchinari, c'è un no secco della polizia. Qui dopo neanche un’ora dai primi scontri gli operai subiscono una nuova carica, ancora più selvaggia della precedente. Quando oramai tutti gridano "basta!,basta!" sono accerchiati e colpiti ai volti. Due operai subiscono lesioni gravi. Testa rotta, naso rotto e polso rotto. Ma questo perché? La risposta è questa, ed è semplice. Gli operai della INNSE devono essere picchiati perchè l'entrata di Genta deve essere legittima e legittimata dalle forze dell'ordine! Il risultato? dopo le botte i rappresentanti sindacali e la R.S.U. entrano in fabbrica a vigilare che Genta porti via solo il suo materiale. E così è, ma questo è quello che, tramite accordi tra le parti, sta già accadendo da dicembre! La R.S.U. ha fornito a Genta un elenco preciso del materiale che poteva essere portato via, i giorni e le modalità della movimentazione. Tutto questo non avviene. Sia Genta, sia le forze dell'ordine, forniscono un chiaro esempio di come lo stato vuole risolvere la questione occupazionale durante questo periodo di crisi economica: stangate incondizionate agli operai che si ribellano al padrone e piena solidarietà a quest'ultimo. Ogni giorno ci sono più di 3 operai che muoiono sul lavoro. Adesso ne vogliono qualcuno che muoia per difendere il posto di lavoro!
5 marzo - Gli operai della INNSE sono a Settimo Torinese per protestare davanti al capannone di Genta. Il corteo si snoda per le vie di Settimo, gli operai urlano denunciando che tipo di speculatore sia questo Genta, attaccano manifesti, rilasciano interviste, l'ultima nella sede della Fiom di Torino. “Da ora in poi risponderemo colpo su colpo, lui viene a provocare a Milano, noi andremo a trovarlo nei suoi uffici e nei suoi capannoni a Torino, finchè accetterà di ritirarsi in buon ordine e darà la possibilità ad INNSE di riprendere l'attività produttiva”. Intanto continuano incontri, trattative fra istituzioni e possibili nuovi acquirenti, scende in campo anche la Regione. Gli operai della INNSE resistono, il presidio è ancora forte, il loro obiettivo è tornare a lavorare, se Genta vuole il braccio di ferro li troverà in portineria. La vicenda si può solo chiudere facendo lavorare la fabbrica, che ha commesse e acquirente.
10 marzo - Incontro in Regione: presenti soltanto Regione Lombardia (Vicepresidente Rossoni), Provincia di Milano, Comune di Milano, la proprietà dell’area (Aedes) e la proprietà dello stabilimento (Genta). La Regione innanzitutto sollecita l’Aedes a formulare entro due settimane una proposta di cessione della parte dell’area interessata dallo stabilimento, cioè quella necessaria per l’attività produttiva. L’Aedes, peraltro impegnata proprio in questi giorni a ridefinire i suoi assetti proprietari, accetta di valutare tale proposta e il Comune di Milano esplicita che non vede controindicazioni all’ipotesi di mantenimento dell’attività produttiva. La Regione ribadisce anche di ritenere inaccettabile che nel frattempo si producano problemi di ordine pubblico, cioè iniziative unilaterali da parte di Genta. Il tavolo è da riconvocare il 24 marzo. Genta, da parte sua, non avanza opposizioni a questo percorso, o perlomeno non lo fa oggi al tavolo istituzionale. Una cosa si può affermare con certezza: i nove mesi di resistenza degli operai e la solidarietà sviluppatasi attorno ad essa hanno fatto sì che oggi si discuta molto più seriamente di prima del mantenimento del sito produttivo. Quindi, occorre mantenere viva la solidarietà con gli operai della Innse e con la loro lotta.
24 aprile – INNSE: operai e Resistenza. I quindici operai della INNSE deportati nel 1944 dai nazifascisti a Mauthausen e in poco tempo “consumati” fino alla morte, sono stati ricordati anche quest'anno dalle nuove generazioni di operai, che hanno preso il loro posto in officina, e da 11 mesi resistono ai licenziamenti e alla chiusura della storica fabbrica di Lambrate. Il corteo degli operai INNSE con una rappresentanza dell'ANPI e della FIOM, parte dal presidio in lotta, fino alla lapide dentro la fabbrica, dove viene deposta una corona di fiori a testimonianza - oggi come ieri - del netto rifiuto delle maestranze INNSE, ad ogni sopraffazione dell'uomo sull'uomo. Durante la commemorazione vengono letti brani del libro che raccoglie le testimonianze degli abitanti della zona, dei compagni di lavoro e dei parenti dei 15 operai deportati, testimonianze che rispecchiando ciò che accadeva in quel periodo, ribadiscono la necessità, dalle vecchie alle nuove generazioni di operai, di non abbassare la guardia della resistenza. Gli interventi riconoscono alla lotta della INNSE la continuità tra vecchie e nuove forme di resistenza. Un Venticinque Aprile rimasto nel significato in cui è nata questa data, diametralmente opposto alle pompose celebrazioni che vanamente pretendono di capovolgerne il significato. Le RSU concludono invitando tutti i presenti alla commemorazione dell'anno prossimo, quando “saremo tornati dentro l'officina a lavorare”. Alla INNSE di Lambrate si continua a lottare e resistere.
24 maggio - Con le trattative a pieni giri per la ripartenza della INNSE, arriva come un fulmine a ciel sereno la notizia che Genta ha venduto 4 macchinari ad un suo compare vicentino (vero o prestanome). In mattinata il compratore, accompagnato dall'Ufficiale giudiziario, a sua volta scortato dalla Digos, arriva deciso con tutto l'armamentario, per smontare il macchinario e portarselo via. 5 grosse auto più alcuni camion nelle strade vicine, in tutto una ventina di uomini più un cane rottweiler, per non essere disturbati una volta dentro. In più c'è l'avvocato del compratore e l'avvocato di Genta. Gli operai della INNSE li vedono arrivare dal loro gazebo annesso al presidio, fissato proprio al cancello della fabbrica, l'ingresso principale di via Rubattino 81. Non c'è storia. Al nuovo compratore e alla sua carovana non è neanche concesso di attraversare la strada per venire nella corsia della portineria. Inviti ad andarsene molto spontanei e coloriti vengono indirizzati al compratore, il suo avvocato ha anche una “regolatina” direttamente dagli operai, perché si è permesso nei loro confronti un gesto provocatorio. Questo avvocaticchio si immaginava di essere allo stadio, offende con un gestaccio una cinquantina di operai che difendono da un anno il loro posto di lavoro e pensa di non suscitare nessuna reazione. Solo l'intervento della Digos in borghese impedisce che la lezioncina all'avvocato sia più proficua. Alla fine della mattinata il nuovo prestanome con la sua truppa se ne va a mani vuote così com'era venuto. E alla fine della giornata si scopre che i due avvocati (quello di Genta e quello del prestanome) sono dello stesso studio legale. E' possibile che questo famoso studio milanese di via Brera voglia fare la guerra agli operai della INNSE? Cosa ha da guadagnare? Lo scopriremo.
Per una solidarietà “fisica”, il presidio degli operai INNSE è a Milano, ai cancelli della fabbrica in via Rubattino 81. Per inviare sottoscrizioni, bollettino postale c/c n. 22264204, intestato a Ass. cult. Robotnikonlus, causale: Lotta operai INNSE. E-mail: presidioinnse@gmail.com. Per firmare la petizione: www.petitiononline.com/INNSE
Tutto ha inizio il 31 maggio 2008 - Dopo aver ricevuto le raccomandate dall’azienda che comunica l’apertura della procedura di mobilità, gli operai si radunano davanti ai cancelli chiusi della fabbrica, occupano lo stabilimento e proclamano assemblea permanente.
3 giugno - Gli operai decidono di continuare a lavorare contro l’imposizione di Genta, il padrone, che vuol fermare l’officina.
25 agosto - Genta conclude la procedura licenziando tutti gli operai, pur avendo davanti un industriale bresciano pronto a rilevare la INNSE. La Commissione regionale non può far altro che registrare il mancato accordo ed aprire la mobilità.
10 settembre – Giorno di paga, non arriva un euro, eppure nella lettera di licenziamento è scritto che avrebbe pagato il preavviso. La risposta e’ immediata, blocco di via Rubattino per tutto il giorno.
17 settembre - All’alba, alle 05:30, la forza pubblica entra in fabbrica, mette alla porta gli operai che presidiavano lo stabilimento di notte, blocca l’entrata del primo turno. La fabbrica è messa sotto sequestro. Un fatto nuovo, agli operai viene impedito con la forza il “poter lavorare”.
31 ottobre - Da un mese e mezzo i lavoratori della INNSE sono accampati vicino alla portineria. Presidiano la fabbrica che è sotto sequestro. Non vogliono che qualcuno metta le mani sui macchinari e smantelli l’officina. Genta non vuole rinunciare al suo affare: vendersi le macchine e svuotare il capannone. L’AEDES, l’immobiliare, spinge per avere l’area libera. Ora sono i palazzinari che chiudono la fabbrica. ORMIS, il potenziale acquirente, dichiara che è disposto ad acquisire ma la trattativa è ferma. Le istituzioni continuano ad “attivarsi”, ma il freddo è iniziato. Gli operai e gli impiegati sono decisi a resistere, arriverà la primavera.
5 dicembre – L’AEDES, proprietaria del terreno, sull’orlo del fallimento (meno 86% in borsa dall’inizio dell’anno) vuol chiudere una fabbrica che può riprendere a lavorare il giorno stesso.
10 dicembre - Il giorno più duro. Il giudice dissequestra lo stabilimento e lo consegna a Genta. Gli operai cercano di occupare nuovamente l’officina, ma sono respinti dalla Polizia. Entrano le guardie del padrone e installano le telecamere. La situazione è fra il ridicolo e il tragico. Le guardie controllano gli operai, gli operai controllano le guardie e tutti sotto la vigile presenza delle forze dell’ordine. Inizia da qui il tentativo di Genta di svuotare l’officina.
14 gennaio 2009 - Davanti ai cancelli non ci sono solo gli operai e gli impiegati della INNSE, ma anche delegazioni di altre fabbriche, giovani mobilitati dai centri sociali, esponenti politici che per solidarietà si incatenano ai cancelli. Gli operai della INNSE resistono, il presidio è ancora forte, il loro obiettivo è tornare a lavorare, se Genta vuole il braccio di ferro li troverà in portineria. La vicenda si può solo chiudere facendo lavorare la fabbrica che ha commesse e acquirente. Scontri con la polizia.
10 febbraio - Alle 4.50 20 camionette delle forze dell'ordine si presentano ai cancelli. Si dividono tra l'ingresso principale (quello legittimo) e i cancelli sul retro della fabbrica (quello dei ladri). Genta entra come un ladro, dal retro, in maniera subdola e usando la violenza delle forze dell'ordine per contrastare gli operai. Lui stesso con una ruspa sfonda i cancelli togliendo tutto quello che è stato messo davanti per impedirgli l'entrata. Sono le 6:00, quando inizia il primo scontro con le forze dell'ordine, con le prime cariche dove, oltre a schivare i manganelli, chi cade viene manganellato senza pietà, persino due pensionati che hanno portato la loro solidarietà. Alla richiesta di far entrare un delegato della R.S.U. e un delegato del sindacato per controllare che Genta non stia smontando i macchinari, c'è un no secco della polizia. Qui dopo neanche un’ora dai primi scontri gli operai subiscono una nuova carica, ancora più selvaggia della precedente. Quando oramai tutti gridano "basta!,basta!" sono accerchiati e colpiti ai volti. Due operai subiscono lesioni gravi. Testa rotta, naso rotto e polso rotto. Ma questo perché? La risposta è questa, ed è semplice. Gli operai della INNSE devono essere picchiati perchè l'entrata di Genta deve essere legittima e legittimata dalle forze dell'ordine! Il risultato? dopo le botte i rappresentanti sindacali e la R.S.U. entrano in fabbrica a vigilare che Genta porti via solo il suo materiale. E così è, ma questo è quello che, tramite accordi tra le parti, sta già accadendo da dicembre! La R.S.U. ha fornito a Genta un elenco preciso del materiale che poteva essere portato via, i giorni e le modalità della movimentazione. Tutto questo non avviene. Sia Genta, sia le forze dell'ordine, forniscono un chiaro esempio di come lo stato vuole risolvere la questione occupazionale durante questo periodo di crisi economica: stangate incondizionate agli operai che si ribellano al padrone e piena solidarietà a quest'ultimo. Ogni giorno ci sono più di 3 operai che muoiono sul lavoro. Adesso ne vogliono qualcuno che muoia per difendere il posto di lavoro!
5 marzo - Gli operai della INNSE sono a Settimo Torinese per protestare davanti al capannone di Genta. Il corteo si snoda per le vie di Settimo, gli operai urlano denunciando che tipo di speculatore sia questo Genta, attaccano manifesti, rilasciano interviste, l'ultima nella sede della Fiom di Torino. “Da ora in poi risponderemo colpo su colpo, lui viene a provocare a Milano, noi andremo a trovarlo nei suoi uffici e nei suoi capannoni a Torino, finchè accetterà di ritirarsi in buon ordine e darà la possibilità ad INNSE di riprendere l'attività produttiva”. Intanto continuano incontri, trattative fra istituzioni e possibili nuovi acquirenti, scende in campo anche la Regione. Gli operai della INNSE resistono, il presidio è ancora forte, il loro obiettivo è tornare a lavorare, se Genta vuole il braccio di ferro li troverà in portineria. La vicenda si può solo chiudere facendo lavorare la fabbrica, che ha commesse e acquirente.
10 marzo - Incontro in Regione: presenti soltanto Regione Lombardia (Vicepresidente Rossoni), Provincia di Milano, Comune di Milano, la proprietà dell’area (Aedes) e la proprietà dello stabilimento (Genta). La Regione innanzitutto sollecita l’Aedes a formulare entro due settimane una proposta di cessione della parte dell’area interessata dallo stabilimento, cioè quella necessaria per l’attività produttiva. L’Aedes, peraltro impegnata proprio in questi giorni a ridefinire i suoi assetti proprietari, accetta di valutare tale proposta e il Comune di Milano esplicita che non vede controindicazioni all’ipotesi di mantenimento dell’attività produttiva. La Regione ribadisce anche di ritenere inaccettabile che nel frattempo si producano problemi di ordine pubblico, cioè iniziative unilaterali da parte di Genta. Il tavolo è da riconvocare il 24 marzo. Genta, da parte sua, non avanza opposizioni a questo percorso, o perlomeno non lo fa oggi al tavolo istituzionale. Una cosa si può affermare con certezza: i nove mesi di resistenza degli operai e la solidarietà sviluppatasi attorno ad essa hanno fatto sì che oggi si discuta molto più seriamente di prima del mantenimento del sito produttivo. Quindi, occorre mantenere viva la solidarietà con gli operai della Innse e con la loro lotta.
24 aprile – INNSE: operai e Resistenza. I quindici operai della INNSE deportati nel 1944 dai nazifascisti a Mauthausen e in poco tempo “consumati” fino alla morte, sono stati ricordati anche quest'anno dalle nuove generazioni di operai, che hanno preso il loro posto in officina, e da 11 mesi resistono ai licenziamenti e alla chiusura della storica fabbrica di Lambrate. Il corteo degli operai INNSE con una rappresentanza dell'ANPI e della FIOM, parte dal presidio in lotta, fino alla lapide dentro la fabbrica, dove viene deposta una corona di fiori a testimonianza - oggi come ieri - del netto rifiuto delle maestranze INNSE, ad ogni sopraffazione dell'uomo sull'uomo. Durante la commemorazione vengono letti brani del libro che raccoglie le testimonianze degli abitanti della zona, dei compagni di lavoro e dei parenti dei 15 operai deportati, testimonianze che rispecchiando ciò che accadeva in quel periodo, ribadiscono la necessità, dalle vecchie alle nuove generazioni di operai, di non abbassare la guardia della resistenza. Gli interventi riconoscono alla lotta della INNSE la continuità tra vecchie e nuove forme di resistenza. Un Venticinque Aprile rimasto nel significato in cui è nata questa data, diametralmente opposto alle pompose celebrazioni che vanamente pretendono di capovolgerne il significato. Le RSU concludono invitando tutti i presenti alla commemorazione dell'anno prossimo, quando “saremo tornati dentro l'officina a lavorare”. Alla INNSE di Lambrate si continua a lottare e resistere.
24 maggio - Con le trattative a pieni giri per la ripartenza della INNSE, arriva come un fulmine a ciel sereno la notizia che Genta ha venduto 4 macchinari ad un suo compare vicentino (vero o prestanome). In mattinata il compratore, accompagnato dall'Ufficiale giudiziario, a sua volta scortato dalla Digos, arriva deciso con tutto l'armamentario, per smontare il macchinario e portarselo via. 5 grosse auto più alcuni camion nelle strade vicine, in tutto una ventina di uomini più un cane rottweiler, per non essere disturbati una volta dentro. In più c'è l'avvocato del compratore e l'avvocato di Genta. Gli operai della INNSE li vedono arrivare dal loro gazebo annesso al presidio, fissato proprio al cancello della fabbrica, l'ingresso principale di via Rubattino 81. Non c'è storia. Al nuovo compratore e alla sua carovana non è neanche concesso di attraversare la strada per venire nella corsia della portineria. Inviti ad andarsene molto spontanei e coloriti vengono indirizzati al compratore, il suo avvocato ha anche una “regolatina” direttamente dagli operai, perché si è permesso nei loro confronti un gesto provocatorio. Questo avvocaticchio si immaginava di essere allo stadio, offende con un gestaccio una cinquantina di operai che difendono da un anno il loro posto di lavoro e pensa di non suscitare nessuna reazione. Solo l'intervento della Digos in borghese impedisce che la lezioncina all'avvocato sia più proficua. Alla fine della mattinata il nuovo prestanome con la sua truppa se ne va a mani vuote così com'era venuto. E alla fine della giornata si scopre che i due avvocati (quello di Genta e quello del prestanome) sono dello stesso studio legale. E' possibile che questo famoso studio milanese di via Brera voglia fare la guerra agli operai della INNSE? Cosa ha da guadagnare? Lo scopriremo.
Per una solidarietà “fisica”, il presidio degli operai INNSE è a Milano, ai cancelli della fabbrica in via Rubattino 81. Per inviare sottoscrizioni, bollettino postale c/c n. 22264204, intestato a Ass. cult. Robotnikonlus, causale: Lotta operai INNSE. E-mail: presidioinnse@gmail.com. Per firmare la petizione: www.petitiononline.com/INNSE
Etichette:
LOTTE LAVORATORI,
Numero 1 - Luglio 2009
ECCOLA QUA L'EMERGENZA SICUREZZA (n°1 - luglio 2009)
Dall’inizio dell’anno sono già oltre 500 i morti sul lavoro in Italia. Quasi mezzo milione gli infortuni denunciati, più di 10mila quelli invalidanti. Martedì 26 maggio hanno perso la vita 3 operai della raffineria Saras di Sarroch, vicino a Cagliari: Daniele Melis, 26 anni, Luigi Solinas, 27, Luigi Muntoni, 52. Morti uno dopo l’altro, l’uno cercando di salvare la vita degli altri. La notizia ha fatto subito pensare alla tragedia della Thyssen: 7 operai carbonizzati il 6 dicembre del 2007 a Torino. I giornali se ne sono dovuti occupare, almeno per un paio di giorni, ma se il 26 maggio sono morti 3 lavoratori, altri 3 ne sono morti il 27: uno a Pisa, caduto riparando un tetto, un operaio di 34 anni a Parma, un agricoltore a Bari. 4 morti il 28 maggio: Luigi Morganella, 31 anni, meccanico; un agricoltore ferrarese di 45 anni; un edile rumeno, 44 anni, in provincia di Roma; un ragazzo di 19, Domenico Diana, a Caserta: sceso dalla mietitrebbia che sembrava essersi inceppata, è stato travolto dal mezzo ripartito all’improvviso. Altri 5 morti il 29 maggio: Giuseppe Gorgoglione, 22 anni, operaio di Bari; Lino Sporzon, 45 anni, macellaio di Padova; Gigi Nicoletti, agricoltore di Bologna; Matteo Giacolone, agricoltore trapanese; Giuseppe Santamaria, 35 anni, operaio di Pistoia. Il 30 maggio è morto Gaetano Cori, 42 anni, agricoltore di Teramo, ed è morto un operaio marocchino di 43 anni, a Recanati, caduto in una cisterna per la raccolta dell’acqua. Il 2 giugno è morto Fabio Cassarono, 25 anni, nelle campagne di Ragusa. Il 3 giugno Ilario Rontini, 45, nelle campagne di Ravenna, e Michal Zdzislaw, edile polacco di 55 anni, in un cantiere di Catania. Il 4 giugno hanno perso la vita lavorando Romolo Pelloni, 40 anni, manutentore modenese, che stava riparando un impianto di risalita, e Dalmazio Politi, agricoltore piacentino. Due giorni dopo è morto Novello Bruni, agricoltore di Teramo, e da quel giorno è disperso in mare Giacomo Pace, un operaio di Marsala che stava effettuando un intervento di manutenzione presso un allevamento galleggiante. L’8 giugno a Roma è morto un operaio edile di 51 anni, Victor Ariton, rumeno, a causa del crollo di un’impalcatura. Due giorni dopo hanno perso la vita Giovanni Di Giacomo, 32 anni, di Potenza, schiacciato dall’imballatrice di una mietitrebbia, e Gianluca Locatelli, 55, operaio edile di Bergamo. Il 14 giugno è morto Marcello Balboni, agricoltore di Ferrara. Il 15 giugno è arrivata la notizia della morte di Donato Pansini, operaio di 24 anni: era stato ricoverato a Napoli dopo l’esplosione avvenuta nel cantiere navale dove lavorava, vicino a Bari. Lo stesso giorno due operai morti sul lavoro tornano a “fare notizia”, probabilmente questa volta i telegiornali avevano cinque minuti di buco. A Riva Ligure (Imperia) hanno perso la vita Francesco Mercurio, 40 anni, e Gianfranco Iemma, 36, operai della Ciem, caduti e morti in una vasca per la depurazione dell’acqua a causa di esalazioni tossiche. Ma sempre il 15 hanno perso la vita un agricoltore di 40 anni, in provincia di Avellino; Giorgio Credaro, 67 anni, piastrellista di Sondrio; Vasile Ungureanu, operaio rumeno di 48 anni, colpito dalla benna di un escavatore in un cantiere dell’Anas a Pordenone. 6 morti in un solo giorno. Il 16 giugno è morto lavorando Angelo Tignosini, 52 anni, operaio bresciano, travolto da un tubo di metallo mentre scaricava un camion. Il giorno dopo è morto un altro operaio, Celestino Nonelli, 57 anni, schiacciato da due blocchi di acciaio alla Elti di Sovere (Bergamo), fabbrica di forni industriali. Il 18 ha perso la vita un operaio edile di 25 anni, Pasquale Maione, caduto da un’impalcatura in un cantiere della Edipol di Pozzuoli. Il 20 giugno sono morti due agricoltori: uno a Isernia e uno a L’Aquila, entrambi schiacciati dal trattore. Il 21 hanno perso la vita Hermann Staffler, manutentore bolzanese di 68 anni, e Angelo Quadraccia, operaio 51enne, vicino a Terni, che stava effettuando una manutenzione per la Aman. Il giorno dopo ancora due morti in agricoltura: un uomo di 69 anni a Reggio Emilia, e Valentina Vincenzi, giovane lavoratrice della Val di Sole. Un altro agricoltore è morto il 23 giugno a Lauco di Carnia, in provincia di Udine. Il 24 è morto Ahmed Nassroune, operaio marocchino 57enne, travolto da un tir mentre lavorava ai bordi della A5 Aosta-Torino. La stessa sorte è toccata lo stesso giorno a Pietro Buzzoni, 37 anni, operaio di Lecco, che stava effettuando una manutenzione lungo una strada provinciale. Sempre il 24 hanno perso la vita Bruna Oss Emer, 57 anni, in un’azienda agricola della provincia di Trento, Emiliano Gasparri, 34 anni, folgorato in un cantiere di La Spezia, e un lavoratore rumeno di 29 anni, schiacciato dal trattore nelle campagne di Matera.
E anche la provincia di Pavia, nonostante la chiusura di tanti stabilimenti e tutte le ore di cassa integrazione, continua ad avere i suoi morti sul lavoro. Gli ultimi sono stati due lavoratori stranieri, due rumeni residenti a Broni: Petru Pop, 29 anni, titolare di una piccola ditta di posa tetti, e Dorinel Ginsca, 21 anni, operaio. Il pomeriggio del 29 giugno stavano riparando un tetto vicino a Mede quando il cestello elevatore su cui lavoravano ha toccato i fili dell’alta tensione, trasmettendogli la scossa che li ha uccisi. Nei mesi scorsi erano morti Renato Ioppo, schiacciato da una pinza demolitrice mentre lavorava su un camion; Graziano Ferrari, travolto dal carico di alluminio che trasportava sul muletto alla AllFerr di Casei Gerola; Cesare Bertelli, un operaio di 21 anni, schiacciato dal cassone del camion che stava riparando in una cava di ghiaia a Torretta di Galliavola; Alessandro Pedrazzini, operaio morto intossicato dal biossido di azoto mentre puliva una cisterna della Intercoating di Parona.
La media è di oltre 1200 vittime ogni anno, con un milione di infortunati. Senza contare tutti gli irregolari che si fanno male e perdono la vita lavorando senza documenti e senza diritti.
Non si può andare avanti così. Basta alle false lacrime delle istituzioni, basta all’impunità per i padroni che se ne fregano della sicurezza.
E anche la provincia di Pavia, nonostante la chiusura di tanti stabilimenti e tutte le ore di cassa integrazione, continua ad avere i suoi morti sul lavoro. Gli ultimi sono stati due lavoratori stranieri, due rumeni residenti a Broni: Petru Pop, 29 anni, titolare di una piccola ditta di posa tetti, e Dorinel Ginsca, 21 anni, operaio. Il pomeriggio del 29 giugno stavano riparando un tetto vicino a Mede quando il cestello elevatore su cui lavoravano ha toccato i fili dell’alta tensione, trasmettendogli la scossa che li ha uccisi. Nei mesi scorsi erano morti Renato Ioppo, schiacciato da una pinza demolitrice mentre lavorava su un camion; Graziano Ferrari, travolto dal carico di alluminio che trasportava sul muletto alla AllFerr di Casei Gerola; Cesare Bertelli, un operaio di 21 anni, schiacciato dal cassone del camion che stava riparando in una cava di ghiaia a Torretta di Galliavola; Alessandro Pedrazzini, operaio morto intossicato dal biossido di azoto mentre puliva una cisterna della Intercoating di Parona.
La media è di oltre 1200 vittime ogni anno, con un milione di infortunati. Senza contare tutti gli irregolari che si fanno male e perdono la vita lavorando senza documenti e senza diritti.
Non si può andare avanti così. Basta alle false lacrime delle istituzioni, basta all’impunità per i padroni che se ne fregano della sicurezza.
Etichette:
LOTTE LAVORATORI,
LOTTE MIGRANTI,
Numero 1 - Luglio 2009
LA LOTTA NON SI ARRESTA (n°1 - luglio 2009)
Durante la stesura del giornale è arrivata la notizia dell’arresto di 21 compagni presenti alla manifestazione contro il G8 universitario di Torino del 19 maggio. In attesa di un approfondimento, pubblichiamo il comunicato pavese in risposta alla repressione di stato.
Mettendo al bando ogni teoria complottista, è palese la volontà di reprimere il dissenso e cancellare ogni germe di nuova idea. Il G8 dell'università, l'incontro tra potenti per decidere dei deboli, non può portare miglioramenti del sistema universitario: l'unico risultato è la cristallizzazione del processo di mercificazione del Sapere. Allo stesso modo il G8 non risolverà i problemi del mondo, perchè a discuterne sono i responsabili di tali mali.
La nostra protesta “anti-G8”, quella dei tanti studenti e ricercatori confluiti a Torino il 18 maggio, vorrebbe portare alla luce le contraddizioni di un sistema economico iniquo. Essa è nata nell'ottica di proporre dei cambiamenti sostanziali al sistema formativo, in contrasto col processo di Bologna.
Allo stesso modo, ci opponiamo all'antidemocratico meeting de L'Aquila, proponendo invece un movimento internazionale per la liberazione dallo sfruttamento e per l'autodeterminazione di tutti i popoli.
Le operazioni di polizia che hanno portato all'arresto di 21 manifestanti e militanti dell'università ha come obiettivo fermare tutto questo e colpire con un'unica mossa le speranze e le lotte nell'università e per un mondo più equo, libero da oppressione e sfruttamento.
Fermare con operazioni di polizia le nostre proteste, significa fare carta straccia delle libertà individuali e collettive. Il nuovo regime, vigente in Italia, ha adottato questa prassi: altri esempi lampanti sono le norme contenute nel “pacchetto sicurezza” e le imposizioni militaresche all'interno dei campi dei rifugiati aquilani. Non ultimo, le violenze poliziesche sono all'ordine del giorno (oggi o domani sarà resa nota la sentenza sul caso Aldrovandi).
Noi studenti dell'università di Pavia, ci opporremo a questo delirio sicuritario e repressivo, convinti che sia possibile gettare il cervello (e non solo il cuore) oltre gli ostacoli che la politica di palazzo e dei banchieri vogliono opporci.
INTANTO, MASSIMA SOLIDARIETA' AI COMPAGNI ARRESTATI.
Mettendo al bando ogni teoria complottista, è palese la volontà di reprimere il dissenso e cancellare ogni germe di nuova idea. Il G8 dell'università, l'incontro tra potenti per decidere dei deboli, non può portare miglioramenti del sistema universitario: l'unico risultato è la cristallizzazione del processo di mercificazione del Sapere. Allo stesso modo il G8 non risolverà i problemi del mondo, perchè a discuterne sono i responsabili di tali mali.
La nostra protesta “anti-G8”, quella dei tanti studenti e ricercatori confluiti a Torino il 18 maggio, vorrebbe portare alla luce le contraddizioni di un sistema economico iniquo. Essa è nata nell'ottica di proporre dei cambiamenti sostanziali al sistema formativo, in contrasto col processo di Bologna.
Allo stesso modo, ci opponiamo all'antidemocratico meeting de L'Aquila, proponendo invece un movimento internazionale per la liberazione dallo sfruttamento e per l'autodeterminazione di tutti i popoli.
Le operazioni di polizia che hanno portato all'arresto di 21 manifestanti e militanti dell'università ha come obiettivo fermare tutto questo e colpire con un'unica mossa le speranze e le lotte nell'università e per un mondo più equo, libero da oppressione e sfruttamento.
Fermare con operazioni di polizia le nostre proteste, significa fare carta straccia delle libertà individuali e collettive. Il nuovo regime, vigente in Italia, ha adottato questa prassi: altri esempi lampanti sono le norme contenute nel “pacchetto sicurezza” e le imposizioni militaresche all'interno dei campi dei rifugiati aquilani. Non ultimo, le violenze poliziesche sono all'ordine del giorno (oggi o domani sarà resa nota la sentenza sul caso Aldrovandi).
Noi studenti dell'università di Pavia, ci opporremo a questo delirio sicuritario e repressivo, convinti che sia possibile gettare il cervello (e non solo il cuore) oltre gli ostacoli che la politica di palazzo e dei banchieri vogliono opporci.
INTANTO, MASSIMA SOLIDARIETA' AI COMPAGNI ARRESTATI.
Etichette:
Numero 1 - Luglio 2009
Iscriviti a:
Post (Atom)