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sabato 10 aprile 2010
LA CRISI A PAVIA E PROVINCIA. INDOVINA CHI LA PAGA (n°2 - novembre 2009)
I lavoratori di Pavia e provincia stanno continuando a pagare gli effetti della crisi. Nei primi 6 mesi dell’anno la produzione industriale in provincia è scesa del 9% rispetto al 2008, con un crollo a luglio: -27%. I dati continuano a presentare tutti il segno meno davanti anche a settembre, sia a livello nazionale sia locale. Più di metà delle imprese ha fatto ricorso alla cassa integrazione, con punte del 90% nel calzaturiero vigevanese, per un totale, quest’anno, di più di 8 milioni di ore (4 volte in più rispetto a tutto il 2008). Con la fine di agosto, solamente nel settore metalmeccanico, 1800 operaisono passati dalle ferie direttamente alla cassa. In molti casi è terminata o sta per finire la cassa ordinaria e la situazione rimane incerta. Dal primo agosto sono in cassa integrazione straordinaria i 1 80 operai della Brasilia di Retorbido, nel vogherese, produzione di macchine per il caffè. Lo stesso stato di incertezza riguarda più di 500 lavoratori di alcune importanti aziende lomelline: i 96 della Sigma, ancora in attesa di un nuovo acquirente, i 1 25 della Comez, i 96 tessili della Mapier, in cassa straordinaria da aprile, le 30 operaie della Mecab, i 190 della Cablelettra, componentistica per auto, il cui destino è in mano a un commissario straordinario dopo la messa in liquidazione per insolvenza. Dal dicembre 2008 è in liquidazione la Maut di Medassino, realizzazione e installazione di macchine utensili personalizzate, sia in Italia sia all’estero, 30 dipendenti attualmente in cassa straordinaria. Va verso la liquidazione anche la Massoni di Stradella, con 40 dipendenti che stanno pagando per i contrasti tra i due fratelli-padroni. In più si trovano a trattare con una proprietà che non rispetta le regole, visto che la cassa straordinaria è stata comunicata senza il preavviso e le consultazioni tra le parti previste dalla legge. A inizio ottobre gli operai hanno annunciato lo sciopero ad oltranza, in attesa degli incontri con il liquidatore e con la regione.Qualcuno dice che l'ampio ricorso alla cassa integrazione significa che licenziamenti e chiusure non sono massicci. Intanto i posti persi negli ultimi due anni in tutta la provincia hanno superato i 3200 e sono circa 2000 da gennaio. Senza dimenticare chi non rientra nelle statistiche semplicemente perché non ha diritto agli ammortizzatori sociali, ovvero tutti i precari lasciati a casa da un giorno all’altro, senza seccature per il padrone e a costo zero per le istituzioni.Con l’estate ha chiuso, dopo anni di crisi, lo stabilimento Cagi ùMaglierie di Cilavegna, lasciando senza lavoro i 37 dipendenti. Saltate le trattative sul ridimensionamento e sui bonus, a luglio la Cielle di Casteggio ha licenziato 30 operai. Il giudice del lavoro dovrà stabilire se l’azienda ha agito in modo legittimo. Da inizio settembre sono senza lavoro i 34 dipendenti dell'ormai ex cartiera di Torremenapace, vicino a Voghera: solo in 1 2 hanno trovato un posto, quasi tutti precario. Ai primi di ottobre la Fiscagomma di Vigevano, produzione di simil-pelle per calzaturiero e arredamento, ha aperto la procedura di mobilità per 55 dei 1 50 dipendenti, dopo un lungo periodo di cassa integrazione. Il 21 novembre scadrà l’anno di cassa straordinaria per 33 dei 1 03 operai della Record di Garlasco, materiali per l’edilizia. Si tratta solo di esempi, la situazione di crisi è generalizzata e riguardain molti casi piccole attività che quando chiudono o tagliano il personale non fanno notizia (per esempio, sui 214 licenziati di luglio, 181 lavoravano in impresesotto i 1 5 dipendenti). È particolarmente dura lasituazione dell’edilizia: in questo settore c’è stato un calo del 20 dell’occupazione (1200 posti persi negli ultimi 1 2 mesi) e sono in aumento gli episodi di padroni indebitati che all’improvviso smettono di pagare gli stipendi. Intanto cresce il lavoro nero e diminuiscono i tempi di esecuzione: non sono un caso i 4 morti nei cantieri della provincia negli ultimi tre mesi.Un discorso a parte è quello della Eckart di Rivanazzano: qui la crisi c’entra fino a un certo punto, visto che i bilanci erano in attivo e gli ordinativi c’erano. Lamultinazionale delle vernici ha comunicato a inizio settembre di voler chiudere lo stabilimento, fregandosene di 70 lavoratori, per godere degli sgravi fiscali concessi dal governo tedesco a chi riporta l’attività in Germania.Il lungo sciopero non è bastato a mettere in discussione lo smantellamento della fabbrica. Dal 201 0 rimarrà a Rivanazzano solo la commercializzazione della Eckart, che occuperà una decina di persone. Tutti gli altri hanno ottenuto un anno di cassa straordinaria prima del periodo di mobilità, più un “buono uscita”che andrà da 20 a 50mila euro per dipendente. Con la prospettiva di dover trovare un nuovo lavoro in un periodo nero e in una zona già colpita da diverse chiusure, tra cui quella della Ilva di Varzi con 80 posti di lavoro bruciati meno di un anno fa.
LAVORATORI SENZA PADRONI L'AUTOGESTIONE DELLE FABBRICHE IN RISPOSTA ALLA CRISI (CASO DELL'ARGENTINA) (n°2 - novembre 2009)
Durante gli anni della dittatura militare (1976-83) il debito pubblico argentino passa da 8 a 45 miliardi di dollari ed inizia il processo di consegna del paese in mano al Fondo Monetario Internazionale e alle multinazionali Usa. Col ritorno ai poteri civili da questo punto di vista cambia poco: i governi continuano a indebitarsi, alimentando la voragine del debito pubblico.All’origine della crisi del 2001 -2002 c’è la politica di “dollarizzazione” dell’economia, cioè l’“aggancio” della moneta nazionale (il peso) al dollaro (con un rapporto 1 a 1 ): in pratica una sopravvalutazione della moneta per evitare l’inflazione. Contemporaneamente i governi portano avanti una radicale privatizzazione del patrimonio economico e produttivo argentino in tutti i settori: industria, agricoltura, servizi. Nel periodo 1990-96 (in particolare con il governo di Carlos Menem) oltre 60 grosse imprese pubbliche vengono svendute a multinazionali americane, francesi, spagnole, britanniche e anche italiane. Queste multinazionali non si addossano i debiti (che rimangono un peso per il paese) delle imprese argentine da loro acquistate. Non è un caso se la stampa americana parla di “miracolo Menem”.Dopo la vendita delle aziende pubbliche, il governo riprende a indebitarsi all’estero, pagando tassi di interesse molto alti per far fronte alla spesa pubblica. Nel 2001 il debito pubblico raggiunge i 150 miliardi di dollari, quello privato i 60 miliardi. Di fronte alla situazione che si mostra già molto grave, a fine 2000 l’Argentina ottiene un prestito di 40 miliardi di dollari dal Fondo Monetario Internazionale. Per avere questi soldi vengono accettate delle condizioni molto dure, pagateguarda caso dai lavoratori: tagli alla spesa sociale, ribasso dei salari e delle pensioni. E ilprestito serve solo ad aumentare l’indebitamento.La crisi esplode anche per effetto di una più ampia crisi mondiale e di un rallentamento degli USA. Il 5 dicembre 2001 , in questa situazione, il Fmi rifiuta di concedere altri 1 ,26 miliardi di dollari. Il governo argentino prende alcune decisioni infami, convertendo il debito privato estero in debito pubblico, tagliando del 1 3% i salari statali e le pensioni, impedendo ai cittadini di disporre liberamente dei risparmi messi in banca. Il 18 dicembre, col peso che viene svalutato e inizia a perdere valore, le banche straniere ritirano 40 miliardi di dollari in contanti nel mezzodella notte. La gente li vede sfilare in blindati scortati dalla polizia.Milioni di persone scendono in strada e iniziano gli scontri. L’Argentina ha 5 presidenti in 3 settimane. In pochi mesi 1 /3 degli argentini rimane disoccupato e oltre il 40% della popolazione sprofonda sotto la soglia di povertà. Iniziano a nascere assemblee popolari in quasi ogni quartiere di Buenos Aires, i piqueteros passano all'offensiva e la sinistra si sente fiduciosa in un'impresaa cui non credeva nessun gruppo o partito. Un nuovo modo di portare avanti una lotta rivoluzionaria della classe lavoratrice non nelle strade, ma nelle fabbriche, nei campi, nelle miniere e nelle officine; una lotta che si vince non perché cade un presidente, ma espropriando la borghesia e distruggendo lo Stato con tutte le altre istituzioni burocratiche, mentre si costruiscono dal basso le nuove istituzioni della democrazia diretta.Nel paese le attività manifatturiere non hanno beneficiato delle misure economiche degli ultimi decenni, con conseguente declino dell'industria argentina, e la risposta delle tute blu argentine è l’occupazione delle fabbriche.La prima fabbrica occupata è nel 1995 la Yaguanè, nel 1 998 viene presa l'IMPA. Nel 2000, nel distretto di Avellaneda (Buenos Aires), 90 metalmeccanici della GIP si impadroniscono dell'azienda e costituiscono la Cooperativa Union y Fuerza. Sempre loro nel gennaio 2001 , dopo aver pagato una indennità, aprono una fabbrica in una località in cui vi erano stati più di 1000 fallimenti aziendali negli anni precedenti. Sempre nel 2001, la fabbrica di laterizi Zanon di Neuquen e la fabbrica tessile Brukman di Buenos Aires vengono abbandonate dai padroni e rilevate dai lavoratori: La Brukman viene occupata il 18 dicembre 2001 . Jacob Brukman, l'ex-proprietario, fa sgomberare i lavoratori il 1 8 aprile del 2003, ma nell'ottobre dello stesso annola fabbrica viene dichiarata fallita, le operaie la espropriano e la restituiscono alla cooperativa 1 8 de Dicembre. Le operaie riprendono la produzione al canto di "Aqui estàn, estas son, las obreras sin patron". Nel frattempo le operaie presidiano lo stabilimento per 6 mesi sotto la costante minaccia di un sabotaggio da parte del padrone.Altre fabbriche occupate incominciano a dare i primi impulsi positivi, come la Zanon che incrementa la produttività e crea nuovi posti di lavoro (ora ci sono 250 operai).Oggi vi sono circa 200 aziende occupate e circa 1 0.000 operai che prendono parte a questa esperienza di lavoro collettivo.È l’avventura di un cambiamento politico, la realizzazione dell’utopia di un’azienda autogestita dai suoi operai secondo un principio di vera democrazia diretta, per reagire al crollo economico e sociale determinato dalla politica capitalista neoliberista dei governanti.In Italia sono moltissimi i casi di fabbriche che chiudono la produzione causando licenziamenti o mettendo gli operai in cassa integrazione o in mobilità, ma a questa politica speculativa sulle teste delle tute blu, gli operai rispondono a muso duro e rispondono basta con le speculazioni, basta con la delocalizzazione del lavoro, che lascia migliaia di famiglie senza un reddito.Un esempio di lotta che ha tenuto duro fino alla vittoria è stata quella degli operai della INNSE. Si sono verificati altri esempi di ribellione operaia: come gli operai della Ercole Marelli a Sesto San Giovanni che hanno occupato la fabbrica, un presidio della fabbrica alla Manuli diAscoli Piceno nelle Marche, gli operai della Bulleri Brevetti di Cascina (Pisa) che hanno bloccato la fabbrica con un presidio permanente davanti ai cancelli, gli operai della ESAB saldature sul tettodella fabbrica, come gli operai della Metalli preziosi e Lares di Paderno Dugnano, costretti per nove giorni e otto notti sul tetto, i 2.200 operai della Eutelia Agile (ex Olivetti e Bull) che non ricevevano lo stipendio da giugno come atto politico dimostrativo hanno sequestrato il consigliere di amministrazione, occupando successivamente lo stabilimento di Roma e poi quelli di Milano e Ivrea, 150 operai della Alstom di Colleferro (Roma) contro la manovra di mobilità hanno preso la decisione di sequestrare tre manager come gesto dimostrativo, sempre a Roma i 38 operai della Nortel Italia vengono cacciati dalla fabbrica, 10 operai della Ideal Standard di Belluno salgono sultetto per lottare in difesa del taglio dei 250 posti di lavoro, in concomitanza con l’occupazione della fabbrica bresciana, 5 operai della Fincantieri (Castellamare di Stabia) sul tetto della fabbrica per protestare contro la cassa integrazione, gli operai della Adelchi occupano simbolicamente il comune contro la politica del padrone che non paga gli stipendi in arretrato, contro la manovra della cassa integrazione in scadenza, con la costante incertezza sul riavvio dell’attività produttiva. Gli operai della Texo di Alessandria occupano lo stabilimento contro lo smantellamento dalla fabbrica, presidio permanente davanti allo stabilimento dall’Alfa romeo di Arese contro la manovra di chiusura dello stabile.Formazioni squadriste entrano nelle fabbriche condotte dal padrone: anche questo può accadere in Italia, è successo nello stabilimento dell’Agile, ex Eutelia. Il padrone della fabbrica Samuele Landi si è presentato con una quindicina di scagnozzi per intimidire i lavoratori e far sgombrare compagni che hanno occupato lo stabile contro il licenziamento di 1 .200 addetti.Sono sempre di più le fabbriche italiane che iniziano o che continuano la lotta contro la chiusura del posto di lavoro, il grido degli operai di tutta Italia è lo stesso: giù le mani dalle officine.Contro politiche speculative, contro la delocalizzazione del lavoro, contro una politica capitalista che opprime e sfrutta le classi lavoratrici, contro lo sfruttamento padronale esiste una soluzione: cacciamo via i padroni e riprendiamoci le officine. L’autogestione è l’unica strada possibile per uscire da questa crisi che non sono stati gli operai a provocare ma solo un modello capitalista in declino. Perchè la crisi del vostro sistemasfruttatore dovremmo pagarla noi? È arrivato il momento di dire basta, di alzare la testa e di lottare per un modello di autogestione. Le fabbriche agli operai e non nelle mani di un aguzzino che ti sfrutta, si arricchisce sulle tue spalle e che quando non ha più bisogno di te ti caccia a calci nel culo.
SOLIDARIETÀ A TUTTI GLI OPERAI CHE OGNI GIORNO DICONO NO E LOTTANO PER IL LORO POSTO DI LAVORO.IN MEMORIA DI TUTTI GLI OPERAI CADUTI SUL POSTO DI LAVORO
SOLIDARIETÀ A TUTTI GLI OPERAI CHE OGNI GIORNO DICONO NO E LOTTANO PER IL LORO POSTO DI LAVORO.IN MEMORIA DI TUTTI GLI OPERAI CADUTI SUL POSTO DI LAVORO
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LOTTE LAVORATORI,
Numero 2 - Novembre 2009
TRENITALIA:APPALTI E SUBAPPALTI NELLE PULIZIE,QUALCOSA SI MUOVE (n°2 - novembre 2009)
Il 12 agosto è stato siglato a Roma tra Trenitalia, i sindacati e l’azienda Dussmann Service un accordo che prevede l’affidamento temporaneo a questa società di tutta la pulizia dei trenidell’alta velocità.Questo è un primo passo avanti per smuovere uno scenario da anni fossilizzato e dominato da aziende che hanno dimostrato, in nome del profitto, un totale disinteresse verso i lavoratori,la qualità del servizio e le migliaia di pendolari e utenti che quotidianamente utilizzano i treni per spostarsi. La principale protagonista della mala gestione di questo settore negli ultimi otto anni è stata la Pietro Mazzoni Ambiente, storicamente di proprietàdell’imprenditore Pietro Mazzoni e ora intestata ad una simpatica vecchina sul letto di un ospedale. Questo “passaggio di testimone” è stato inevitabile visti i troppi guai legali (denunce, vertenze sindacali, ricorsi al Tar della committente ecc…) piovuti addosso al sig. Mazzoni negli ultimi tempi. L’impegno dei lavoratori e del sindacato è di fare leva sulle aziende committenti (Trenitalia e RFI in testa) per una graduale cacciata della Mazzoni Ambiente dal settore appalti ferroviari e per il conseguente fallimento del piano strategico di questo “signore” che negli anni, sulla pelle dei lavoratori, ha mangiato soldi pubblici, corrotto chi controllava l’operato della sua azienda (comprese alcune sigle sindacali) e permesso il dilagare di attività mafiose nei luoghi di lavoro (a coronare il tutto c’è la dichiarazione di un finanziere pentito che racconta degli incontri tra Pietro Mazzoni e Licio Gelli nella villa del “gran maestro”).Purtroppo questo è il caso più eclatante, ma altre aziende si sono distinte per comportamenti arroganti e antisindacali. Il tentativo di portare aria nuova in questo settore e un po’ di tranquillità e dignità ai lavoratori ha avuto inizio a seguito dell’uscita dei bandi di gara per l’assegnazione dei servizi di pulizia a metà del 2008. Nelle varie regioni si sono susseguiti, da parte delle aziende escluse a vario titolo dalle attività, una serie di ricorsi agli organi preposti e in molti casi tentativi di pressioni sui lavoratori , utilizzati mediante minacce di licenziamento, stipendi non erogati e altre bassezze, come grimaldello per bloccare le gare d’appalto in corso.A peggiorare ulteriormente la situazione ci hanno pensato le aziende associate a FISE e ASSOFER (associazioni datoriali del settore pulizie). Il loro tentativo è stato quello di cercare di sganciare questo settore dall’applicazione del contratto della mobilità (risultato che il sindacato anche di questo settore ha raggiunto, non senza fatica, con l’accordo del 14 aprile 2009), molto più tutelante e remunerativo rispetto ad altri contratti delle pulizie industriali e civili.Tramite un accordo con Trenitalia e successivi accordi locali diperfezionamento i lavoratori hanno ottenuto e fatto applicare a questo primo cambio d’appalto, la garanzia di piena applicazione per i lavoratori interessati sia degli aumenti contrattuali concordati e sia della una tantum relativa all’anno 2008 e ai mesi del 2009 precedenti al cambio di appalto. La modalità di pagamento della una tantum prevede che Trenitalia trattenga l’importo da erogare ai lavoratori dalle ultime fatture destinate alle aziende uscenti e inadempienti agli obblighi contrattuali (Pietro Mazzoni in primis) e lo versi alle aziende subentranti che lo corrisponderanno al personale assorbito. Questo meccanismo garantisce a tutti i lavoratori la piena tutela salariale e alla committente nonché garante Trenitalia la certezza di non doversisobbarcare oneri frutto di mancanze delle aziende uscenti.Inoltre, al fine di tutelare concretamente la piena occupazione, è stato concordato che, le aziende subentranti dovessero obbligatoriamente applicare il contratto della mobilità e che tutto il personale diretto ed indiretto (quindi proveniente da un eventuale sub appalto) che era in attività al momento dell’uscita del bando di gara, trovi una collocazione nelle nuove aziende vincitrici delle gare d’appalto mantenendo invariato salario e inquadramento professionale. Una ulteriore forma di garanzia è rappresentata dalla possibilità che, al termine di tutti i cambi d’appalto, si metta in atto una sorta di ridistribuzione per collocare tutti i lavoratori che per diverse ragioni siano stati esclusi dai processi di cambiamento. Nel frattempo, utilizzando le possibilità che i nuovi scenari hanno messo a disposizione del sindacato, sono stati utilizzati gli accordi locali per eliminare, almeno per il momento, le aziende in subappalto, spesso fonte diinnumerevoli problemi, il tutto senza perdere alcun posto di lavoro e facendo così assumere circa 250 lavoratori alla prima azienda subentrante. Questo è sicuramente un grande risultato in virtù del fatto che fino a tre anni fa i lavoratori di questo settore collocati in sub appalto erano circa 500 e facevano riferimento ad almeno cinque cooperative di cui spesso non si conosceva il presidente, la sede e i responsabili e dove più di una volta è stata riscontrata la presenza di lavoro nero.Con un altro accordo raggiunto, dal 19 ottobre altri 1 05 lavoratori hanno cambiato casacca e si aggiungono a coloro che hanno raggiuntola piena applicazione contrattuale, tutti i dirittiriconosciuti e la dignità di chi svolge con dedizione il proprio lavoro.
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Numero 2 - Novembre 2009
I VIGILI DEL FUOCO IN AGITAZIONE PER IL CONTRATTO E LE CONDIZIONI DI LAVORO (n°2 - novembre 2009)
Martedì 10 novembre a Pavia si è svolta una manifestazione dei vigili del fuoco lombardi, per protestare contro la situazione durissima che si trovano ad affrontare: il contratto nazionale è scaduto nel dicembre 2007, le assunzioni non coprono il turnover (assunti solo 600 vigili del fuoco in tutta Italia, con una carenza preesistente di almeno 4 mila unità e con 700 nuovi pensionati a fine anno), gli automezzi non vengono rinnovati, non vengono acquistate nuove attrezzature, si effettuano una marea di straordinari senza la certezza di quando saranno pagati, ci sono ritardi nei pagamenti per alcuni dei servizi svolti. Dopo un presidio davanti al comando di viale Campari, alcune centinaia di lavoratori hanno attraversato la città in corteo fino a portare la protesta in prefettura.
Di fianco ad una lotta più larga, a livello nazionale e regionale, l’agitazione pavese va avanti ormai da fine agosto.
La situazione dei circa 150 vigili del fuoco pavesi è particolarmente grave prima di tutto per quanto riguarda la mancanza di personale. Le carenze di organico riguardano soprattutto i capisquadra e i capireparto: mancano 10 dei primi e dei secondi ce ne sono soltanto 2 (su 16 previsti). Come se non bastasse, la carenza riguarda anche l’ambito amministrativo, dove si è sotto di 4 persone.
La principale conseguenza è una diminuzione della sicurezza sul lavoro. Da un lato perché se si è in pochi capita di uscire in squadre composte da meno dei 5 elementi previsti, rendendo più difficile il lavoro e in particolare affrontare situazioni di pericolo (visti anche i mezzi a disposizione, non certo all’avanguardia). Dall’altro lato perché sono proprio le figure mancanti, capisquadra e capireparto, quelli che aggiornano tutti gli altri lavoratori proprio in materia di sicurezza. E si tratta di un settore in cui la formazione continua è ovviamente fondamentale.
Come denunciano i lavoratori, dopo la retorica dei pompieri “angeli del terremoto” e tutte le parole dei politici, le condizioni organizzative ed economiche continuano a peggiorare.
I vigili del fuoco continuano la loro lotta per migliori condizioni di lavoro e per un rinnovo del contratto nazionale che aspettano ormai da due anni. Gli stipendi infatti sono fermi: un lavoratore con 20 anni di esperienza, che lavora su turni di 12 ore, chiamato ad interventi straordinari (basta pensare al terremoto abruzzese) non va oltre i 1300 euro mensili. In attesa di nuovi incontri al ministero degli interni, l’agitazione continua.
Di fianco ad una lotta più larga, a livello nazionale e regionale, l’agitazione pavese va avanti ormai da fine agosto.
La situazione dei circa 150 vigili del fuoco pavesi è particolarmente grave prima di tutto per quanto riguarda la mancanza di personale. Le carenze di organico riguardano soprattutto i capisquadra e i capireparto: mancano 10 dei primi e dei secondi ce ne sono soltanto 2 (su 16 previsti). Come se non bastasse, la carenza riguarda anche l’ambito amministrativo, dove si è sotto di 4 persone.
La principale conseguenza è una diminuzione della sicurezza sul lavoro. Da un lato perché se si è in pochi capita di uscire in squadre composte da meno dei 5 elementi previsti, rendendo più difficile il lavoro e in particolare affrontare situazioni di pericolo (visti anche i mezzi a disposizione, non certo all’avanguardia). Dall’altro lato perché sono proprio le figure mancanti, capisquadra e capireparto, quelli che aggiornano tutti gli altri lavoratori proprio in materia di sicurezza. E si tratta di un settore in cui la formazione continua è ovviamente fondamentale.
Come denunciano i lavoratori, dopo la retorica dei pompieri “angeli del terremoto” e tutte le parole dei politici, le condizioni organizzative ed economiche continuano a peggiorare.
I vigili del fuoco continuano la loro lotta per migliori condizioni di lavoro e per un rinnovo del contratto nazionale che aspettano ormai da due anni. Gli stipendi infatti sono fermi: un lavoratore con 20 anni di esperienza, che lavora su turni di 12 ore, chiamato ad interventi straordinari (basta pensare al terremoto abruzzese) non va oltre i 1300 euro mensili. In attesa di nuovi incontri al ministero degli interni, l’agitazione continua.
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LOTTE LAVORATORI,
Numero 2 - Novembre 2009
IMMIGRAZIONE. NULLA DA PERDERE (n°2- novembre 2009)
«Il Centro di identificazione e di espulsione di Ponte Galeria è al collasso. Deve essere chiuso». Giuseppe Pecoraro, prefetto di Roma
Dopo una straordinaria campagna mediatica il governo è riuscito ad approvare il pacchetto sicurezza. Ennesima drastica misura che sancisce definitivamente la perdita da parte dei cittadini extracomunitari dei più elementari diritti della civiltà liberaldemocratica.Ciò per cui lottiamo non risiede certamente in questi vacui principi, ma la violazione di essi cidimostra come questo governo sia riuscito a far cadere il paese in un sonno pesante nel quale anche i “sinceri democratici” sono finiti. Sia ben chiaro le colpe non risiedono solamente nella figura di Maroni, ma si possono individuare nell’assetto economico-sociale contingente.Per analizzare la parabola del razzismo italiano è però necessario partire dal 1 998. In quell’anno il governo di centro-sinistra approva la legge Turco Napolitano e istituisce i tristemente noti CPT. Centri di reclusione per stranieri in attesa di essere espatriati. Semplificando prigioni in cui rinchiudere i clandestini che non sono entrati,o sono stati espulsi dall mercato del lavoro nerogestito dal caporalato italiano, che protegge la sua forza lavoro ammassandola in condizioni disumane. Oltre all'introduzione delle galere per migranti la Turco Napolitano porta con sé un nuovo soggetto, introducendo un principio che ispirerà la catastrofica legge Bossi-Fini. Il soggetto in questione è il garante per l'inserimento nel mercato del lavoro dell'immigrato. Una sorta disponsor per restare in Italia. Il principio, a cui facevo riferimento sopra, è quello che lega il permesso di soggiorno al contratto di lavoro.Questo sarà il perno sul quale verrà costruita la tristemente nota Bossi- Fini. Permesso di soggiorno rilasciato a chi ha già un contratto di lavoro. Manna dal cielo per gli sfruttatorinostrani di clandestini, che possono ricattare in qualsiasi modo i lavoratori.Per chi viene licenziato o per chi resta senza contratto ci sono due possibilità: diventare clandestini oppure essere espulsi. Da notare è il quadro teorico che questa legge utilizza, il migrante perde il suo status di persona per divenire merce. L'unica importanza che gli viene attribuita è quella di essere forza lavoro ricattabile e di facile reperibilità. I padronipossono così utilizzare questa nuova manodopera per un livellamento verso il basso dei salari, generando la nota guerra tra poveri. La grossa ricattabilità fa cadere i lavoratori immigrati nell'impossibilità di portare avanti lotte nei posti di lavoro. Il loro basso salario scatena le ire degli altri lavoratori italiani che attribuiscono a loro la causa della disoccupazione e vedono in loro una concorrenza sleale.Il divide et impera ancora regge, d'altronde si sa: la lotta di classe è il “motore della storia” e i capitalisti di oggi, come quelli di ieri, fanno di tutto per metterci grossi granelli di sabbia.Tornando all'istituzionalizzazione del razzismo riparto dal già citato pacchetto sicurezza che da luglio sta sconvolgendo la vita dei migranti in Italia. Introduzione del reato diimmigrazione clandestina , introduzione delle ronde, ripristino del reato di oltraggio a pubblico ufficiale, tassa per il permesso di soggiorno, accesso precluso ad asili nido,anagrafe e medico di base per i clandestini. Queste alcune delle nuove leggi che cancellano qualsiasi diritto per i clandestini. In pochi mesi si sono già registrati diversi decessi causati dalla paura di essere denunciati una volta entrati nelle strutture del servizio sanitario pubblico, alla faccia del diritto alla salute. I clandestini hanno paura. Paura della polizia, paura degli italiani, paura dei padroni. In molti restano rinchiusi in casa ed escono solo se strettamente necessario. Stanno facendo delle abitazioni delle piccole carceri in cui uscire solo per vendere la propria forza lavoro in nero.I luoghi simbolo della politica razzista hanno cambiato nome, non più c.p.t., ma c.i.e. Il pacchetto sicurezza ha allungato il periodo di detenzione in questi lager da tre a sei mesi.E' li dentro che qualcosa si sta muovendo. Da mesi ormai i reclusi protestanocontro le condizioni di vita: Gradisca, Torino, Milano, Ponte Galeria stanno creando grossi grattacapi al governo e alle forze dell'ordine. I prigionieri distruggono muri, battono sulle sbarreevadono e protraggono gli scioperi della fame per giorni. I solidali da fuori organizzano cortei, presidi e si tengono in stretto contatto con l'interno. Quellli che stanno dentro nonhanno nulla da perdere, noi abbiamo la dignità da conquistare.Qui di seguito la testimonianza pubblicata da fortresseeurope di uno dei complici della macchinadelle espulsioni. Che l'indignazione lasci il posto alla rabbia...Una guardia di frontiera racconta la violenza ordinaria dei rimpatri coattiI rimpatri fanno parte del suo quotidiano. È agente della polizia di frontiera (PAF), grado: “guardiano della pace”, in servizio all’unità nazionale di scorta, di sostegno e di intervento (Unesi), con base a Rungins, e ha il compito di “riaccompagnare” gli stranieri espulsi nel loro paese d’origine.Ben voluto dai suoi superiori, non è né sindacalizzato né vicino all’età della pensione. Inizialmente non aveva intenzione di parlare con un giornalista. Un collaboratore di “Mediapart” ci ha messosulle sue tracce. E allora questo poliziotto si è convinto dell’interesse di dettagliare il funzionamento, dall’interno, della macchina delle espulsioni messa in moto da NicolasSarkozy.Ha accettato di parlare “in nome della trasparenza”, ma ha preferito restare anonimo per non essere identificato. Il suo racconto è pubblicato in due parti. Dalle manette alle cinghie, passando per i placcaggi al suolo e gli strangolamenti, la prima parte è dedicata ai metodi adoperati per costringere gli illegali a salire e restare sugli aerei che li riportano al paese che hanno voluto lasciare. Più appare banalizzato e camuffato più il ricorso alla violenza è risulta insidioso.«Abbiamo un’ora per convincere il tipo a partire»«Faccio una quindicina di rimpatri al mese. Ci chiamano un giorno prima della partenza, o al Venerdì per il fine settimana. Ci danno un dossier per la scorta, coi documenti della persona espulsa e la rotta aerea, gli ordini di missione che rimpiazzano le carte di polizia e le spese della missione. All’aeroporto si arriva due ore prima del volo. Si ha un’ora per conoscere il ragazzo, per vedere chi è, se ha un problema per esempio medico, se c’è qualche problema coi documenti. Equesta è quella che si chiama la “presa in carico della missione”. Ma si hanno poche informazioni. Abbiamo un’ora per convincere il tipo a partire e per caricarlo sull’aereo coi passeggeri normali. Questo succede all’ULE, l’Unità Locale di Allontanamento, di Roissy o di Orly, dove le persone sono messe in cella. L’ULE è la zona tampone tra il CRA [i Cie francesi, ndT] e l’aereo. Per l’Africa ci sono tre poliziotti di scorta, due per il resto del mondo.»«Risse sull’aereo»«Quando ci si azzuffa nell’ULE o sull’aereo è perché la maggior parte della gente non vuole partire. Si consideri che siamo pagati per rimpatriarli, non per infastidirli. Quindi gli spieghiamo e loro capiscono. E se non capiscono tanto peggio per loro. La regola immigrazione ufficiale, l’ordine di servizio, è che non dobbiamo scortarli a tutti i costi. Per esempio se un tipo è malato non lo metto sull’aereo. Il peggio è quando vomitano o si cagano addosso. Non c’è da ridere. Sputano e mordono, anche. Quando succedono questo genere di cose li si fa subito scendere, non si insiste. Solo per le ITF [interdizioni dal territorio] facciamo il possibile per farli partire perché hanno commesso delitti o reati gravi. Ad ogni modo chi non parte viene portato direttamente in prigione per due o tre mesi per violenza a pubblico ufficiale. Salvo che non venga riconosciuta la legittimità delle sue azioni dal giudice di Bobigny, perché a Bobigny ci sono giudici che sono completamente contro la polizia. È un distretto speciale. Per quanto riguarda le APRF [arresti prefetturali di rimpatrio alla frontiera] ai tipi spieghiamo che se non partono è da considerarsi un rifiuto, e che saranno messi su un altro volo alla fine della detenzione. Gli viene detto: “tu riparti comunque”. I tipi che vengono espulsi sono dei poveri ragazzi, ne siamo perfettamente consapevoli. Sono dei tipi che vengono a cercare lavoro. Noi gli spieghiamo: “non è un tiro mancino, so che non è divertente, ma sei obbligato a partire”, abbiamo un ora per spiegarglielo. Il problema è che laCimade [il principale gestore dei Centri francesi, ndT], e tutte le associazioni, gli montano la testa, gli procurano anche i lassativi eventualmente…»«Manette, cinture addominali e cinghie…»«Noi gli spieghiamo, se capiscono tanto meglio. Ma se vediamo che si agitano li mettiamo a terra con le manette, prima dell’imbarco, dietro l’aereo. Abbiamo una formazione iniziale che dura un mese, e riguarda ciò che abbiamo diritto di fare, ogni tre mesi c’è un aggiornamento, che vuol dire che si fa una sessione di formazione intensiva di un giorno. Con le persone di cui non ci fidiamo usiamo cinture di velcro che si mettono attorno la vita. Il ragazzo può avere le mani legate davanti, sullo stomaco. Al commissariato avevamo cinture di cuoio. Sono dispositivi abbastanza inadatti e funzionano male perché si regolano con degli strappi e i tipi tirano forte, e quando c’è un nero di 1 1 0 chili le strappa. Possiamo anche utilizzare delle cinghie da mettere sopra le ginocchia, sulle caviglie o sul petto. E se il tipo si dimena troppo ne tendiamo una tra le caviglie e il petto per evitare che dia colpi di testa. A volte attacchiamo un cuscino al sedile di fronte, per la stessa ragione. Per un po’ di tempo non abbiamo potuto usare le manette, solo perché c’è statodetto che costavano troppo. Quindi ci hanno dato manette di tessuto usa e getta, che sono completamente inefficaci, se non coi tipi tranquilli. Una volta stavo facendo un asiatico, il tipo è salito tranquillamente, era persino contento di tornare. In realtà era un attaccabrighe, abbiamo dovuto combattere durante il volo per due ore. Lo abbiamo domato, ma il problema è che con le manette di tessuto non lo si poteva legare, stava strangolando un mio collega, io gli sono saltato addosso, lui era atletico. È stata una missione di merda. Per fortuna i passeggeri non si sono mossi. Ora fortunatamente abbiamo delle vere manette di metallo. Se il ragazzo è tranquillo si evita la violenza, la coercizione, l’uso delle cinghie, le utilizziamo il minimo possibile. E di solitova molto meglio. Il manuale GTPI [tecniche professionali d’intervento] è lo stesso dal 2003. Per esempio la tecnica del “pliage” [che ha causato la morte di due deportati, nel 2003 e nel 2004] è severamente vietata in tutti i casi e noi non la usiamo mai. Nel nostro reparto non usiamo più i bavagli. Ma io metto le mascherine per impedirgli di sputare, sapete, quelle che si usano quando si usa la vernice.»«Lo strangolamento è perfettamente autorizzato, è nel manuale»«Il massimo che siamo autorizzati a fare è un tipo di strangolamento che chiamiamo “regolazione fonica”. Si tratta di fare delle pressioni sulla gola perché il tipo non gridi. È perfettamente autorizzato, sta nel manuale. Sennò quello che facciamo più spesso è di immobilizzarli a terra. Si mette il tipo a terra, lo si placca al suolo. Nelle nostre missioni abbiamo un rapporto di peso diciamo. Cioè che il totale del peso dei poliziotti della scorta deve essere il doppio del peso del tipo. Il fatto di essere in numero maggiore e di avere la possibilità di metterlo al suolo e immobilizzarlo ci evita di doverlo picchiare. Prima rifiutavo l’uso della forza, ma adesso, quando qualcuno è ottuso, gli facciamo capire subito che noi siamo più forti di lui, e una volta che l’ha capito iniziamo a ragionare. Gli africani a volte, fanno i duri e quando gli parli in modo gentile ti prendonoper un debole. Ma una volta che si ritrovano con la faccia per terra e le cinghie strette, che gli dici “com’è che ora fai meno il furbo, salame?”, là cominciano a rispettarti un po’. Io l’ho fatto un paio di volte, forse tre. So che ci sono colleghi con lo schiaffo facile, ma grossi bruti da noi ce ne sono molto pochi. Se li picchiamo gli diamo pugni nello stomaco, perché non si devono vedere i segni. Se poi il tipo si prende un sacco di botte, vuol dire che se l’è cercata, è già successo, attenzione, non ci giro intorno, ma c’è chi se lo merita. Per esempio quello che ha morso il dito a un poliziotto, quello là si è preso un sacco di botte, è sicuro, è comprensibile. Insomma, questo succede quando ci sono delle violenze su di noi o sull’equipaggio dell’aereo.»«Quando ci sono problemi i celerini usano i lacrimogeni nell’aereo»«Quando saliamo nell’aero, ci siamo noi, la persona rimpatriata, la polizia dei Centri di detenzione amministrativa, gli agenti dell’ULE, quindi siamo in parecchi poliziotti. Ma in caso di necessità, se servono rinforzi, chiamiamo i CIP, cioè la compagnia di intervento degli aeroporti di Orly o Roissy, che sono dei celerini. Loro sono meno formati di noi, sono loro che lanciano i lacrimogeni nell’aereo quando c’è un problema. Li chiamiamo solo quando ci sono operazioni da fare a bordo, quando siamo obbligati a far scendere gente che cerca veramente di far degenerare le cose. Ma quando si chiudono le porte, ci ritroviamo da soli. Noi siamo sempre in borghese, niente armi. In generale riusciamo sempre a far montare i tipi da espellere sull’aereo, è il nostro mestiere. Gridano, sbattono, spaccano i sedili a volte, le hostess piangono, vabbé. I problemi arrivano quando i passeggeri si mettono in mezzo. Ci sono stati dei filosofi peresempio. Gente che non sapeva niente ma che veniva a fare la parte dei giusti. Vedevano dei neri circondati da bianchi e gridavano allo scandalo. Quando magari il rimpatrio procedeva bene, e riuscivano a fare alzare tutti. In seguito, l’Air France è stata accusata di aver dato i nomi diquesta gente alla polizia. È vero, la ma quelli dell’Air France si erano rotti di farsi trattare da nazisti o da collaborazionisti.»«Il “rapporto di forza” con il comandante di bordo»«Giuridicamente, il comandante di bordo è quello che comanda dentro all’aereo daquando le porte sono chiuse. Ma prima comandiamo ancora noi. Se ci chiedono discendere, il capo missione dice: “no, finché le porte sono aperte noi non scendiamo”. Poi chiamiamo il nostro ufficiale e finché non arriva non ci muoviamo: e questo fa imbestialire tutti, è proprio una questione di rapporti di forza. L’ufficiale arriva, arriva la Celere, l’aereo non riesce a partire in orario e alla fine non può decollare e viene annullato. Questo, giuridicamente, è il massimo. Se scendiamo, perdono tutti. Gli ordini, poi, dipendono dagli ufficiali. Il problema è che la maggior parte di loro non vogliono scontrarsi direttamente con l’Air France. Una volta, alla Lufthansa bastava un colpo di tosse di un espulso e ci facevano scendere, preferivano cancellare un volo che fare un rimpatrio. L’Alitalia pure, e anche Royal Air Maroc. Adesso non facciamo più le compagnie africane, per fortuna, perché là veramente era difficile. A volte dobbiamo minacciare il personale di bordo, perché si dimenticano che siamo poliziotti, e che possiamodenunciarli per oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale, ma in generale va bene. Un comandante di bordo ci ha detto che durante un rimpatrio c’è stata una rivolta e che un ragazzo era stato calpestato. Noi ne si è perfettamente coscienti. Loro se vogliono decollare hanno tutto l’interesse di lasciarci sul volo. Una volta in volo di solito le cose vanno bene. Dipende dalla collaborazione dell’uomo e dalla fiducia dei colleghi e dell’equipaggio. Ma la maggior parte delle volte sleghiamo il ragazzo.»«Dobbiamo imparare a sbrogliarcela all’estero»Ci sono persone bilingue tra di noi per gestire le situazioni all’estero. Spesso i rapporti con la polizia locale non sono l’ideale. Possono fare dei problemi per via dei documenti, possono rifiutare il rimpatrio. In certi Paesi dell’Africa non ci amano, fanno prova di cattiva volontà. Di solito quando arriviamo ci aspetta la SCTIP, il servizio di cooperazione tecnica internazionale di polizia che fa capo all’ambasciata. In Sudamerica c’è l’Interpol che ci accoglie quando trasportiamo spacciatori e criminali. Nella maggior parte degli altri Paesi prendiamo contatto con le autorità locali. Gli trasmettiamo il dossier del tipo espulso, con tutto quello che ha fatto in Francia. Se è stato buono sull’aereo allora leviamo dal dossier tutti i documenti che potrebbero portarlo in prigione.In Tunisia, sistematicamente, gli espulsi si fanno tre giorni di carcere. In Algeria sonopiù simpatici, anche con gli espulsi. Anche in Marocco se la passano bene. Ci è successo spesso di riportare al paese loro dei delinquenti, la feccia proprio. Fanno i malandrini quando sono in Francia, ma quando vedono i poliziotti del paese loro imparano immediatamente le buone maniere. Fa piacere. Bisognerebbe farglieli fare più spesso, degli stages al loro paese.»
Dopo una straordinaria campagna mediatica il governo è riuscito ad approvare il pacchetto sicurezza. Ennesima drastica misura che sancisce definitivamente la perdita da parte dei cittadini extracomunitari dei più elementari diritti della civiltà liberaldemocratica.Ciò per cui lottiamo non risiede certamente in questi vacui principi, ma la violazione di essi cidimostra come questo governo sia riuscito a far cadere il paese in un sonno pesante nel quale anche i “sinceri democratici” sono finiti. Sia ben chiaro le colpe non risiedono solamente nella figura di Maroni, ma si possono individuare nell’assetto economico-sociale contingente.Per analizzare la parabola del razzismo italiano è però necessario partire dal 1 998. In quell’anno il governo di centro-sinistra approva la legge Turco Napolitano e istituisce i tristemente noti CPT. Centri di reclusione per stranieri in attesa di essere espatriati. Semplificando prigioni in cui rinchiudere i clandestini che non sono entrati,o sono stati espulsi dall mercato del lavoro nerogestito dal caporalato italiano, che protegge la sua forza lavoro ammassandola in condizioni disumane. Oltre all'introduzione delle galere per migranti la Turco Napolitano porta con sé un nuovo soggetto, introducendo un principio che ispirerà la catastrofica legge Bossi-Fini. Il soggetto in questione è il garante per l'inserimento nel mercato del lavoro dell'immigrato. Una sorta disponsor per restare in Italia. Il principio, a cui facevo riferimento sopra, è quello che lega il permesso di soggiorno al contratto di lavoro.Questo sarà il perno sul quale verrà costruita la tristemente nota Bossi- Fini. Permesso di soggiorno rilasciato a chi ha già un contratto di lavoro. Manna dal cielo per gli sfruttatorinostrani di clandestini, che possono ricattare in qualsiasi modo i lavoratori.Per chi viene licenziato o per chi resta senza contratto ci sono due possibilità: diventare clandestini oppure essere espulsi. Da notare è il quadro teorico che questa legge utilizza, il migrante perde il suo status di persona per divenire merce. L'unica importanza che gli viene attribuita è quella di essere forza lavoro ricattabile e di facile reperibilità. I padronipossono così utilizzare questa nuova manodopera per un livellamento verso il basso dei salari, generando la nota guerra tra poveri. La grossa ricattabilità fa cadere i lavoratori immigrati nell'impossibilità di portare avanti lotte nei posti di lavoro. Il loro basso salario scatena le ire degli altri lavoratori italiani che attribuiscono a loro la causa della disoccupazione e vedono in loro una concorrenza sleale.Il divide et impera ancora regge, d'altronde si sa: la lotta di classe è il “motore della storia” e i capitalisti di oggi, come quelli di ieri, fanno di tutto per metterci grossi granelli di sabbia.Tornando all'istituzionalizzazione del razzismo riparto dal già citato pacchetto sicurezza che da luglio sta sconvolgendo la vita dei migranti in Italia. Introduzione del reato diimmigrazione clandestina , introduzione delle ronde, ripristino del reato di oltraggio a pubblico ufficiale, tassa per il permesso di soggiorno, accesso precluso ad asili nido,anagrafe e medico di base per i clandestini. Queste alcune delle nuove leggi che cancellano qualsiasi diritto per i clandestini. In pochi mesi si sono già registrati diversi decessi causati dalla paura di essere denunciati una volta entrati nelle strutture del servizio sanitario pubblico, alla faccia del diritto alla salute. I clandestini hanno paura. Paura della polizia, paura degli italiani, paura dei padroni. In molti restano rinchiusi in casa ed escono solo se strettamente necessario. Stanno facendo delle abitazioni delle piccole carceri in cui uscire solo per vendere la propria forza lavoro in nero.I luoghi simbolo della politica razzista hanno cambiato nome, non più c.p.t., ma c.i.e. Il pacchetto sicurezza ha allungato il periodo di detenzione in questi lager da tre a sei mesi.E' li dentro che qualcosa si sta muovendo. Da mesi ormai i reclusi protestanocontro le condizioni di vita: Gradisca, Torino, Milano, Ponte Galeria stanno creando grossi grattacapi al governo e alle forze dell'ordine. I prigionieri distruggono muri, battono sulle sbarreevadono e protraggono gli scioperi della fame per giorni. I solidali da fuori organizzano cortei, presidi e si tengono in stretto contatto con l'interno. Quellli che stanno dentro nonhanno nulla da perdere, noi abbiamo la dignità da conquistare.Qui di seguito la testimonianza pubblicata da fortresseeurope di uno dei complici della macchinadelle espulsioni. Che l'indignazione lasci il posto alla rabbia...Una guardia di frontiera racconta la violenza ordinaria dei rimpatri coattiI rimpatri fanno parte del suo quotidiano. È agente della polizia di frontiera (PAF), grado: “guardiano della pace”, in servizio all’unità nazionale di scorta, di sostegno e di intervento (Unesi), con base a Rungins, e ha il compito di “riaccompagnare” gli stranieri espulsi nel loro paese d’origine.Ben voluto dai suoi superiori, non è né sindacalizzato né vicino all’età della pensione. Inizialmente non aveva intenzione di parlare con un giornalista. Un collaboratore di “Mediapart” ci ha messosulle sue tracce. E allora questo poliziotto si è convinto dell’interesse di dettagliare il funzionamento, dall’interno, della macchina delle espulsioni messa in moto da NicolasSarkozy.Ha accettato di parlare “in nome della trasparenza”, ma ha preferito restare anonimo per non essere identificato. Il suo racconto è pubblicato in due parti. Dalle manette alle cinghie, passando per i placcaggi al suolo e gli strangolamenti, la prima parte è dedicata ai metodi adoperati per costringere gli illegali a salire e restare sugli aerei che li riportano al paese che hanno voluto lasciare. Più appare banalizzato e camuffato più il ricorso alla violenza è risulta insidioso.«Abbiamo un’ora per convincere il tipo a partire»«Faccio una quindicina di rimpatri al mese. Ci chiamano un giorno prima della partenza, o al Venerdì per il fine settimana. Ci danno un dossier per la scorta, coi documenti della persona espulsa e la rotta aerea, gli ordini di missione che rimpiazzano le carte di polizia e le spese della missione. All’aeroporto si arriva due ore prima del volo. Si ha un’ora per conoscere il ragazzo, per vedere chi è, se ha un problema per esempio medico, se c’è qualche problema coi documenti. Equesta è quella che si chiama la “presa in carico della missione”. Ma si hanno poche informazioni. Abbiamo un’ora per convincere il tipo a partire e per caricarlo sull’aereo coi passeggeri normali. Questo succede all’ULE, l’Unità Locale di Allontanamento, di Roissy o di Orly, dove le persone sono messe in cella. L’ULE è la zona tampone tra il CRA [i Cie francesi, ndT] e l’aereo. Per l’Africa ci sono tre poliziotti di scorta, due per il resto del mondo.»«Risse sull’aereo»«Quando ci si azzuffa nell’ULE o sull’aereo è perché la maggior parte della gente non vuole partire. Si consideri che siamo pagati per rimpatriarli, non per infastidirli. Quindi gli spieghiamo e loro capiscono. E se non capiscono tanto peggio per loro. La regola immigrazione ufficiale, l’ordine di servizio, è che non dobbiamo scortarli a tutti i costi. Per esempio se un tipo è malato non lo metto sull’aereo. Il peggio è quando vomitano o si cagano addosso. Non c’è da ridere. Sputano e mordono, anche. Quando succedono questo genere di cose li si fa subito scendere, non si insiste. Solo per le ITF [interdizioni dal territorio] facciamo il possibile per farli partire perché hanno commesso delitti o reati gravi. Ad ogni modo chi non parte viene portato direttamente in prigione per due o tre mesi per violenza a pubblico ufficiale. Salvo che non venga riconosciuta la legittimità delle sue azioni dal giudice di Bobigny, perché a Bobigny ci sono giudici che sono completamente contro la polizia. È un distretto speciale. Per quanto riguarda le APRF [arresti prefetturali di rimpatrio alla frontiera] ai tipi spieghiamo che se non partono è da considerarsi un rifiuto, e che saranno messi su un altro volo alla fine della detenzione. Gli viene detto: “tu riparti comunque”. I tipi che vengono espulsi sono dei poveri ragazzi, ne siamo perfettamente consapevoli. Sono dei tipi che vengono a cercare lavoro. Noi gli spieghiamo: “non è un tiro mancino, so che non è divertente, ma sei obbligato a partire”, abbiamo un ora per spiegarglielo. Il problema è che laCimade [il principale gestore dei Centri francesi, ndT], e tutte le associazioni, gli montano la testa, gli procurano anche i lassativi eventualmente…»«Manette, cinture addominali e cinghie…»«Noi gli spieghiamo, se capiscono tanto meglio. Ma se vediamo che si agitano li mettiamo a terra con le manette, prima dell’imbarco, dietro l’aereo. Abbiamo una formazione iniziale che dura un mese, e riguarda ciò che abbiamo diritto di fare, ogni tre mesi c’è un aggiornamento, che vuol dire che si fa una sessione di formazione intensiva di un giorno. Con le persone di cui non ci fidiamo usiamo cinture di velcro che si mettono attorno la vita. Il ragazzo può avere le mani legate davanti, sullo stomaco. Al commissariato avevamo cinture di cuoio. Sono dispositivi abbastanza inadatti e funzionano male perché si regolano con degli strappi e i tipi tirano forte, e quando c’è un nero di 1 1 0 chili le strappa. Possiamo anche utilizzare delle cinghie da mettere sopra le ginocchia, sulle caviglie o sul petto. E se il tipo si dimena troppo ne tendiamo una tra le caviglie e il petto per evitare che dia colpi di testa. A volte attacchiamo un cuscino al sedile di fronte, per la stessa ragione. Per un po’ di tempo non abbiamo potuto usare le manette, solo perché c’è statodetto che costavano troppo. Quindi ci hanno dato manette di tessuto usa e getta, che sono completamente inefficaci, se non coi tipi tranquilli. Una volta stavo facendo un asiatico, il tipo è salito tranquillamente, era persino contento di tornare. In realtà era un attaccabrighe, abbiamo dovuto combattere durante il volo per due ore. Lo abbiamo domato, ma il problema è che con le manette di tessuto non lo si poteva legare, stava strangolando un mio collega, io gli sono saltato addosso, lui era atletico. È stata una missione di merda. Per fortuna i passeggeri non si sono mossi. Ora fortunatamente abbiamo delle vere manette di metallo. Se il ragazzo è tranquillo si evita la violenza, la coercizione, l’uso delle cinghie, le utilizziamo il minimo possibile. E di solitova molto meglio. Il manuale GTPI [tecniche professionali d’intervento] è lo stesso dal 2003. Per esempio la tecnica del “pliage” [che ha causato la morte di due deportati, nel 2003 e nel 2004] è severamente vietata in tutti i casi e noi non la usiamo mai. Nel nostro reparto non usiamo più i bavagli. Ma io metto le mascherine per impedirgli di sputare, sapete, quelle che si usano quando si usa la vernice.»«Lo strangolamento è perfettamente autorizzato, è nel manuale»«Il massimo che siamo autorizzati a fare è un tipo di strangolamento che chiamiamo “regolazione fonica”. Si tratta di fare delle pressioni sulla gola perché il tipo non gridi. È perfettamente autorizzato, sta nel manuale. Sennò quello che facciamo più spesso è di immobilizzarli a terra. Si mette il tipo a terra, lo si placca al suolo. Nelle nostre missioni abbiamo un rapporto di peso diciamo. Cioè che il totale del peso dei poliziotti della scorta deve essere il doppio del peso del tipo. Il fatto di essere in numero maggiore e di avere la possibilità di metterlo al suolo e immobilizzarlo ci evita di doverlo picchiare. Prima rifiutavo l’uso della forza, ma adesso, quando qualcuno è ottuso, gli facciamo capire subito che noi siamo più forti di lui, e una volta che l’ha capito iniziamo a ragionare. Gli africani a volte, fanno i duri e quando gli parli in modo gentile ti prendonoper un debole. Ma una volta che si ritrovano con la faccia per terra e le cinghie strette, che gli dici “com’è che ora fai meno il furbo, salame?”, là cominciano a rispettarti un po’. Io l’ho fatto un paio di volte, forse tre. So che ci sono colleghi con lo schiaffo facile, ma grossi bruti da noi ce ne sono molto pochi. Se li picchiamo gli diamo pugni nello stomaco, perché non si devono vedere i segni. Se poi il tipo si prende un sacco di botte, vuol dire che se l’è cercata, è già successo, attenzione, non ci giro intorno, ma c’è chi se lo merita. Per esempio quello che ha morso il dito a un poliziotto, quello là si è preso un sacco di botte, è sicuro, è comprensibile. Insomma, questo succede quando ci sono delle violenze su di noi o sull’equipaggio dell’aereo.»«Quando ci sono problemi i celerini usano i lacrimogeni nell’aereo»«Quando saliamo nell’aero, ci siamo noi, la persona rimpatriata, la polizia dei Centri di detenzione amministrativa, gli agenti dell’ULE, quindi siamo in parecchi poliziotti. Ma in caso di necessità, se servono rinforzi, chiamiamo i CIP, cioè la compagnia di intervento degli aeroporti di Orly o Roissy, che sono dei celerini. Loro sono meno formati di noi, sono loro che lanciano i lacrimogeni nell’aereo quando c’è un problema. Li chiamiamo solo quando ci sono operazioni da fare a bordo, quando siamo obbligati a far scendere gente che cerca veramente di far degenerare le cose. Ma quando si chiudono le porte, ci ritroviamo da soli. Noi siamo sempre in borghese, niente armi. In generale riusciamo sempre a far montare i tipi da espellere sull’aereo, è il nostro mestiere. Gridano, sbattono, spaccano i sedili a volte, le hostess piangono, vabbé. I problemi arrivano quando i passeggeri si mettono in mezzo. Ci sono stati dei filosofi peresempio. Gente che non sapeva niente ma che veniva a fare la parte dei giusti. Vedevano dei neri circondati da bianchi e gridavano allo scandalo. Quando magari il rimpatrio procedeva bene, e riuscivano a fare alzare tutti. In seguito, l’Air France è stata accusata di aver dato i nomi diquesta gente alla polizia. È vero, la ma quelli dell’Air France si erano rotti di farsi trattare da nazisti o da collaborazionisti.»«Il “rapporto di forza” con il comandante di bordo»«Giuridicamente, il comandante di bordo è quello che comanda dentro all’aereo daquando le porte sono chiuse. Ma prima comandiamo ancora noi. Se ci chiedono discendere, il capo missione dice: “no, finché le porte sono aperte noi non scendiamo”. Poi chiamiamo il nostro ufficiale e finché non arriva non ci muoviamo: e questo fa imbestialire tutti, è proprio una questione di rapporti di forza. L’ufficiale arriva, arriva la Celere, l’aereo non riesce a partire in orario e alla fine non può decollare e viene annullato. Questo, giuridicamente, è il massimo. Se scendiamo, perdono tutti. Gli ordini, poi, dipendono dagli ufficiali. Il problema è che la maggior parte di loro non vogliono scontrarsi direttamente con l’Air France. Una volta, alla Lufthansa bastava un colpo di tosse di un espulso e ci facevano scendere, preferivano cancellare un volo che fare un rimpatrio. L’Alitalia pure, e anche Royal Air Maroc. Adesso non facciamo più le compagnie africane, per fortuna, perché là veramente era difficile. A volte dobbiamo minacciare il personale di bordo, perché si dimenticano che siamo poliziotti, e che possiamodenunciarli per oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale, ma in generale va bene. Un comandante di bordo ci ha detto che durante un rimpatrio c’è stata una rivolta e che un ragazzo era stato calpestato. Noi ne si è perfettamente coscienti. Loro se vogliono decollare hanno tutto l’interesse di lasciarci sul volo. Una volta in volo di solito le cose vanno bene. Dipende dalla collaborazione dell’uomo e dalla fiducia dei colleghi e dell’equipaggio. Ma la maggior parte delle volte sleghiamo il ragazzo.»«Dobbiamo imparare a sbrogliarcela all’estero»Ci sono persone bilingue tra di noi per gestire le situazioni all’estero. Spesso i rapporti con la polizia locale non sono l’ideale. Possono fare dei problemi per via dei documenti, possono rifiutare il rimpatrio. In certi Paesi dell’Africa non ci amano, fanno prova di cattiva volontà. Di solito quando arriviamo ci aspetta la SCTIP, il servizio di cooperazione tecnica internazionale di polizia che fa capo all’ambasciata. In Sudamerica c’è l’Interpol che ci accoglie quando trasportiamo spacciatori e criminali. Nella maggior parte degli altri Paesi prendiamo contatto con le autorità locali. Gli trasmettiamo il dossier del tipo espulso, con tutto quello che ha fatto in Francia. Se è stato buono sull’aereo allora leviamo dal dossier tutti i documenti che potrebbero portarlo in prigione.In Tunisia, sistematicamente, gli espulsi si fanno tre giorni di carcere. In Algeria sonopiù simpatici, anche con gli espulsi. Anche in Marocco se la passano bene. Ci è successo spesso di riportare al paese loro dei delinquenti, la feccia proprio. Fanno i malandrini quando sono in Francia, ma quando vedono i poliziotti del paese loro imparano immediatamente le buone maniere. Fa piacere. Bisognerebbe farglieli fare più spesso, degli stages al loro paese.»
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LOTTE MIGRANTI,
Numero 2 - Novembre 2009
RACCONTI PARTIGIANI - "UN SOGNO BELLISSIMO" LA TESTIMONIANZA DI LUCHINO DAL VERME (n°2 - novembre 2009)
Torre degli Alberi, Zavattarello, valle Staffora, valle Coppa: non c'è persona in queste terre che non conosca il nome Maino. Questo era il nome di una famosa marca di biciclette di inizio secolo, ma non è il riferimento giusto, almeno non del tutto. Maino era il nome di battaglia di un partigiano, Luchino dal Verme. Al momento di scegliersi un nome, dal Verme si era dato quello della sua amata biciletta, Maino, appunto. Prima di essere partigiano, Maino era anche un conte, delle famiglie più antiche; era stato un ufficiale delle artiglierie a cavallo, le Voloire, anch'esse discendenti da un reparto storico dell'esercito piemontese. Ma con l'8 settembre del '43, dal Verme abbandona la tradizione, quelle regole che all'improvviso gli sembrarono non solo antiche, ma sapenti di muffa, stantie. “È difficilissimo riuscire a spiegare quello che abbiamo vissuto. Noisiamo uomini d'azione, non siamo fatti per raccontare, ma ci proverò lo stesso”. Con queste parole Luchino dal Verme inizia la sua storia. Nato a Milano nel 1 91 2, discende da una delle più antiche famiglie nobiliari del nord Italia.Fin da ragazzo viene educato a servire con fedeltà assoluta il suo paese e il suo re, un Savoia, membro di una famiglia cui i Dal Verme erano stati precettori. “Nel '40 mi sono trovato a dover puntare i miei cannoni contro la Francia, e non riuscivo a capire il perché – spiega Maino – il mio colonnello mi diceva che non dovevo domandare, ma eseguire gli ordini che il nostro re ci aveva dato. Mi sono trovato in Russia a fare una guerra che era dei tedeschi, e sempre in nome del re. Ma chi era questo re? Era un bastardo! Ma ce ne accorgemmo solamente l'8 di settembre”.“L'8 settembre del 1 943 fu un colpo al cuore per me come per migliaia di altri giovani ragazzi come ero io. All'improvviso ci trovammo abbandonati da coloro che fino al giorno prima ci avevano guidato, non sapevamo cosa fare, contro chi combattere, ma soprattutto perché farlo”. Le parole di Luchino suonano come cannonate. “D'un tratto ci rendemmo conto che non contava più il dovere, basta, crollato! Era nata la parola coscienza. Significava che da quel momento avremmo risposto davanti a noi stessi, a ciò in cui credevamo, questo è ciò che avvenne”.La storia continua. “La parola d'ordine era scappare, ma da cosa? Scappavamo sì dai tedeschi, dalla prigionia, o dal fascismo, ma in fondo fuggivamo via dalla nostra storia, da quel dovere che avevamo rinnegato”. Dal Verme tornò a casa, e passarono mesi prima che le prime formazioni partigiane organizzate si formassero. Dopo la nascita del Comitato di Liberazione Nazionale, quei gruppi di sbandati, fuggiti dalle città, dal fascismo e dalla guerra, diventarono brigate partigiane.“Nell'Oltrepò c'erano i comunisti – racconta Maino - e data la mia esperienza in guerra mi offrirono il comando di una brigata garibaldi, la Aldo Casotti. Io accettai, e iniziarono gli scontri”.L'Oltrepò si trova proprio a ridosso della via Emilia, e proprio questa caratteristica permise ai partigiani della Gramsci (la divisione il cui comando verrà affidato allo stesso Maino) di ottenere delle grandi vittorie. “Ci chiamavano ribelli, e questo nome a noi piaceva. Eravamo soliti attaccare le colonne di fascisti che transitavano sulla statale, ma qualche volta assaltavamo anche i treni che passavano sulla ferrovia lì vicina. D'inverno faceva freddo, tanto, e la fame si sentiva. Tutti nella valle ci aiutavano. Ci facevano dormire nelle loro stalle, rischiando di trovarsi la casa bruciata dai fascisti. Ci sfamavano, molto spesso privandosene, ci avvisavano quando i tedeschi salivano in collina per fare qualche incursione. Gli americani facevano dei lanci sugli appenniniper rifornire i partigiani, ma a noi non lanciavano mai niente, perché eravamo comunisti”.I mesi passarono ed arrivò il 25 aprile. “Arrivò l'ordine di mobilitazione, e noi partimmo verso la pianura. Liberammo prima Casteggio, poi arrivò l'ordine di proseguire verso Milano”.“Oggi mi chiedo se valeva la pena di fare quello che abbiamo fatto. Certo che ne valeva la pena! L'8 settembre aveva cancellato tutti i valori, e col 25 aprile se ne sono stabiliti di nuovi – tuona Maino – anche oggi mi aspetto che succeda qualcosa che faccia pulita di tutti i valori su cui viviamo, tutti questi partiti che parlano parlano senza fare niente. Sembra che la dignità sia scomparsa, come allora mancava la volontà di reazione, e anche oggi sembra che sia mancata la volontà di reazione.Il 25 aprile abbiamo fatto un sogno bellissimo, e ci siamo svegliati liberi”.
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Numero 2 - Novembre 2009
BOICOTTARE ISRAELE (n°2-novembre 2009)
articolo scritto per Osservatorio IraqA Pisa si fail punto sulla campagna BDSUn nuovo approccio nelle relazioni con la società civile palestinese improntato sul boicottaggio dei prodotti e delle aziende israeliane, allo scopo di porre fine allo stato di occupazione e di apartheid in Palestina.Nasce con questi intenti la campagna globale di Boicottaggio Disinvestimento e Sanzioni (Bds), lanciata il 9 luglio 2005 da un collettivo di associazioni palestinesi per il persistente mancato rispetto del diritto internazionale e dei diritti umani da parte di Tel Aviv.L'appello, ispirato alla campagna che ha portato alla sconfitta dell’apartheid in Sud Africa, è stato sposato nel tempo da molteplici realtà della società civile internazionale, ma anche dal governo norvegese, che ha fatto propria l’arma del disinvestimento, e dalla piattaforma unitaria dei sindacati inglesi.Della campagna Bds si è parlato in un meeting internazionale organizzato presso il centro sociale Rebeldìa dal gruppo Bds-Pisa, che fa parte della rete nata in Italia dopo l'offensiva israeliana a Gaza “Piombo Fuso”.Ospiti una ventina di realtà della società civile italiana - da Un ponte per all’International Solidarity Movement (Ism), passando per la Fiom - e straniere, sia israeliane che palestinesi). Platea eterogenea quindi, come diversi sono gli approcci alla campagna e le strategie d'azione proposte, comunque convergenti nel colpire in maniera consistente l’economia israeliana per mezzo di tattiche di boicottaggio nonviolento.Le realtà presenti, in una due giorni molto partecipata, hanno passato al vaglio i target della campagna: imprese italiane che hanno dislocato parte della produzione in Israele, come la Lavazza, o che creano sinergie con Tel Aviv, come il Cts; aziende israeliane che primeggiano nell'export in Europa nel campo della cosmesi, della farmacologia e dell'agricoltura, senza prendere le distanze dalla politica del proprio Stato; imprese internazionali che attraverso la produzione di alta tecnologia e prodotti informatici di precisione sostengono di fatto l'apparato militare israeliano.Particolare attenzione è stata poi data all'organizzazione della logistica di queste attività commerciali, ed il territorio italiano gioca a proposito un ruolo di prim'ordine: il porto di Savona-Vado, ad esempio, è il centro di smistamento dell'Agrexco, colosso della frutta secca made in Israel.Largo spazio nel meeting di Pisa è stato dedicato anche al delicato tema del boicottaggio culturale e accademico, partendo dalle polemiche scaturite alla fiera del libro di Torino o delle dichiarazioni della cantante Noa poco dopo l'avvio dell'operazione “Piombo Fuso”. Gli obiettivi del Bds sono quelle istituzioni (mai persone) israeliane che non si oppongono espressamente alle politiche di governo, e quelle internazionali che finanziano progetti di ricerca high-tech in Israele, con espliciti o impliciti risvolti nel settore militare. Interessante database online sull’argomento è costituito dal Cordis, che - adottando come variabili da una parte gli atenei che hanno rapporti diretti con università israeliane e dall’altra gli enti culturali israeliani costruiti su territori occupati che collaborano direttamente o indirettamente con l’esercito - consente di monitorare quanti e quali progetti sono in corso. Attività di questo tipo sono utili trampolini per la campagna, che permettono di raccogliere con semplicità informazioni specifiche sul territorio.Il maggior successo della campagna è stata la capacità di coinvolgere in Europa sindacati e governi. Per ottenere un consenso che vada oltre la società civile – è stato ricordato a Pisa - è necessario lavorare a fondo nell'informazione e nella sensibilizzazione. Il boicottaggio, tanto dei beni di consumo quanto culturale, ne deve essere il naturale risultato. Il rischio è altrimenti il persistere in mobilitazioni che coinvolgono una fetta troppo esigua di popolazione, restando estranee alla massa: una strategia di boicottaggio per essere efficace deve essere il più possibile diffusa. Il Sud Africa in lotta aveva dalla sua parte un serbatoio immenso di consensi. In questo senso, campagne come l'Israeli Apartheid Week, che si propone di introdurre negli atenei momenti di riflessione sulla questione palestinese, devono prendere piede sopratutto in Paesi dove il disinteresse e la scarsa informazione primeggiano.La proposta degli attivisti spagnoli di organizzare un controvertice il 6 giugno in occasione del Forum del Mediterraneo che vedrà ospite d'onore Israele, ha certamente il suo valore ma difficilmente farà breccia fra la gente. Rischia di essere l'ennesimo appuntamento di disobbedienza in una veste che ha esaurito il suo percorso. Con l'eventualità di incrinare il legame che le istituzioni stanno a fatica tessendo tanto con la causa palestinese, quanto con la campagna di boicottaggio.Altra questione è il coinvolgimento dei partiti palestinesi. L'appello della campagna appartiene esclusivamente alla società civile, e non si hanno notizie circa posizioni a riguardo della politica palestinese. Un coinvolgimento dell'establishment partitico aprirebbe un interessante ventaglio di prospettive: sia in una chiave di rapporti diretti con la politica occidentale, sia nel seguito che l'appello può riscuotere tanto nel mondo arabo quanto in paesi legati a collaborazioni sud-sud.
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Numero 2 - Novembre 2009
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